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La solitudine del disabile

di

Claudio Carrer
Mentre il tasso di disoccupazione evolve verso il 5 per cento, la Confederazione continua a sostenere che il mercato del lavoro è e sarà in grado di assorbire persone con problemi di salute a cui viene negato il diritto ad una rendita di invalidità. Anzi: forte di questa convinzione, progetta un ulteriore giro di vite che a partire dal 2012 farebbe perdere la rendita a circa 12.500 beneficiari e che secondo vari osservatori aumenterebbe ulteriormente il ricorso all'assistenza sociale.

Allo stato attuale non esiste alcuna statistica in grado di dimostrare gli effetti "positivi" del progressivo inasprimento della prassi e della legge sull'assicurazione invalidità, che tra il 2003 e il 2008 ha prodotto un calo del numero di nuove rendite che sfiora il 40 per cento.
E ancor meno di valutare la portata delle novità contenute nella 5a revisione della Legge sull'Assicurazione invalidità (AI) entrata in vigore un anno e mezzo fa, soprattutto alla luce dell'attuale crisi economica.
Quante persone potenzialmente invalide hanno potuto mantenere il loro posto di lavoro e quante lo hanno ritrovato grazie alle misure di rilevamento precoce e di reintegrazione? A questa domanda l'Ufficio federale delle assicurazionio sociali (Ufas) non è in grado di rispondere: «Le prime valutazioni potranno essere fatte solo all'inizio del 2010», spiega ad area Alard du Bois-Reymond, vicedirettore dell'Ufas e responsabile del settore AI.
«Si può tuttavia essere ottimisti -afferma- poiché fino ad oggi agli Uffici AI sono già giunte 14 mila richieste di rilevamento tempestivo e, grazie alla rapidità degli accertamenti, si sono potuti adottare provvedimenti immediati a salva-
guardia della capacità di guadagno; inoltre duemila persone hanno usufruito delle misure di reintegrazione. Trovo poi incoraggiante che i nuovi strumenti vengano utilizzati sia dai datori di lavoro sia dai lavoratori».
Ma la crisi economica e la continua crescita del tasso di disoccupazione potrebbero mettere in pericolo i piani del governo. «Il rischio è reale», ammette du Bois-Reymond: «Le aziende potrebbero essere tentate di trasferire i loro problemi finanziari all'AI, come già hanno fatto in passato. Per ora comunque è un fenomeno che non constatiamo. Personalmente ritengo che gli imprenditori oggi ci pensino due volte a dirottare i loro dipendenti verso l'AI poiché così creerebbero un ulteriore aggravio per le casse pensioni già in crisi».
Che fine ha fatto invece quel 40 per cento di persone che dal 2003 a oggi hanno fatto richiesta di una rendita AI e non l'hanno ottenuta? Sono state reintegrate nel mondo del lavoro? Il vicedirettore dell'Ufas non fornisce una risposta ma riconosce che una tale diminuzione di nuove rendite è stata possibile «grazie all'istituzione dei Servizi medici regionali (che ci consentono di verificare direttamente la situazione medica dei disabili) e alla maggiore severità di valutazione degli Uffici». «Inoltre -conclude du Bois-Reymond- gli uffici sociali, i datori di lavoro, gli assicurati e i medici non pensano più, come era in passato, che il miglior modo di risolvere i problemi difficili sia l'AI. C'è stato un cambiamento di mentalità».
Qualche indicazione interessante sulla sorte degli esclusi dell'AI ce la forniscono invece i dati sull'evoluzione dell'aiuto sociale e l'esperienza di chi lavora sul campo. «È difficile stabilire un legame diretto tra i due sistemi sociali, ma l'esperienza ci dice che negli ultimi anni i beneficiari di lungo corso dell'assistenza sono in aumento in tutte le città svizzere e che il reinserimento professionale delle persone portatrici di handicap è assai difficile, quasi impossibile», spiega ad area Ruedi Meier, municipale di Lucerna e dal 2002 presidente dell'Iniziativa delle città, che riunisce i responsabili degli affari sociali di una cinquantina di comuni svizzeri (tra cui Lugano e Bellinzona).
Secondo i dati dell'Ufficio federale di statistica, nel 2007 i beneficiari di prestazioni d'aiuto sociale erano 233.484, pari al 3,1 per cento della popolazione. «Un numero elevato se si considera la buona congiuntura degli ultimi anni», commenta Meier, prevedendo un ulteriore peggioramento della situazione nel corso del 2009, «soprattutto verso la fine dell'anno»: «In un contesto economico in cui la disoccupazione cresce risulta ancora più difficile integrare nel mondo del lavoro le persone invalide e se queste non ottengono o perdono una rendita AI finiscono o restano in assistenza», aggiunge il nostro interlocutore, contestando così indirettamente le conclusioni di uno studio presentato tre mesi fa dall'Ufas, secondo cui non è vero che molte persone fanno la spola tra un sistema sociale e l'altro. «Dobbiamo osservare i fatti e la nostra esperienza ci dice che il reinserimento professionale di una persona con handicap, complice anche la mancanza di incentivi e di sanzioni per i datori di lavoro, è di regola difficile e lo diventa ancora di più quando questa è rimasta a lungo lontana dal mercato del lavoro o è troppo poco qualificata», spiega Ruedi Meier.
Un'analisi questa che viene sostanzialmente confermata anche da Sara Grignola, capo dell'Ufficio del sostegno sociale e dell'inserimento del Cantone Ticino, la quale osserva un costante aumento di persone invalide alle quali è stato negato il diritto alla rendita che ricorrono all'aiuto sociale. «Negli ultimi anni -spiega Sara Grignola- abbiamo constatato una drastica diminuzione dei rimborsi che il nostro Ufficio riceve dall'AI per le prestazioni fornite a persone in attesa di una decisione su una domanda di rendita, il che significa che l'assistenza diventa in molti casi la soluzione definitiva. Le decisioni nagative dell'AI sono sempre di più e non sono rari i casi in cui queste giungono quando lo stato di salute del candidato si è aggravato a tal punto, per esempio a causa del sopraggiungere di problemi psichici, da giustificare la rendita. In ogni caso, per la maggior parte di queste persone, un reinserimento professionale è praticamente impossibile», conclude Sara Grignola.
Il Consiglio federale ha però intanto già elaborato un nuovo pacchetto di misure (come chiesto dal padronato in cambio di un sostegno al finanziamento straordinario dell'AI con un aumento temporaneo dell'Iva, su cui il popolo voterà il 27 settembre) che prevede di revocare il 5 per cento delle rendite correnti. E questo significa 12.500 invalidi in più senza rendita e senza lavoro.


«Inghiottiti dalle statistiche»
Parla il promotore del referendum contro l'ultima revisione di legge: «Nessuno si occupa della sorte di chi non ha né lavoro né una rendita AI»

Zurigo – Tra la fine del 2006 e l'inizio del 2007 è stato tra i principali protagonisti della battaglia referendaria contro la quinta revisione della legge sull'Assicurazione invalidità (AI), poi accettata dal 59 per cento popolo. Peter Wehrli è il direttore del Zsl (Zentrum für Selbstbestimmtes Leben), un'organizzazione di disabili con sede a Zurigo che si batte per l'eliminazione degli ostacoli ad una loro vita indipendente e contro la loro esclusione dal mondo normale. Nei giorni scorsi lo abbiamo incontrato per un primo bilancio a un anno e mezzo dall'entrata in vigore della revisione.

Signor Wehrli, secondo l'Ufas i nuovi strumenti in favore dell'integrazione dei disabili nel mondo del lavoro hanno avuto successo. Quale presidente di un'organizzazione di disabili, può confermare questa valutazione?
Assolutamente no. Fino a oggi non è stata pubblicata nessuna statistica che provi questa affermazione. È invece provato che si spendono un sacco di soldi  (circa 450 milioni di franchi all'anno secondo i dati forniti nell'ambito della 5a revisione) per "l'individuazione precoce"dei potenziali disabili e per corsi e scuole che dovrebbero insegnare ad essere "compatibili con il mercato del lavoro". Se tutto questo attivismo porta effettivamente all'integrazione, non viene mai detto: il rifiuto di una rendita viene considerato un "successo" e basta.
A suo avviso i datori di lavoro hanno preso sul serio il loro dovere di integrazione?
Secondo tutte le informazioni da noi raccolte, in modo assolutamente insufficiente.
Teme che la crisi economica causi una riduzione dei posti di lavoro per le persone con problemi di salute?
È evidente che nei periodi in cui c'è forza lavoro in esubero le persone più efficienti sono le prime e quelle con problemi di salute le ultime a trovare uno dei pochi posti disponibili.
L'assicurazione invalidità oggi concede il 40 per cento in meno di rendite rispetto al 2003. Come giudica questa tendenza?
È sicuramente positivo che l'AI non sia più un "cestino dei rifiuti" nel quale la nostra società ha per anni "smaltito" coloro che per un qualunque motivo non potevano essere in modo durevole completamente efficienti o che semplicemente esercitavano il mestiere sbagliato nel momento sbagliato. In questo modo il problema sociale è stato giustamente posto fuori dall'ambito dell'AI. Ma in nessun modo risolto! La politica si disinteressa infatti di quale sia il destino delle persone che sono state eliminate dalle statistiche, ma questo si trasformerà in un boomerang che, a causa della crisi economica e delle casse vuote, colpirà duramente.
Cosa succede concretamente alla maggior parte delle persone che si ritrovano senza lavoro e senza rendita AI?
Non lo sappiamo, perché queste persone spariscono dalle statistiche. L'esperienza di altri Paesi fa temere che in un primo tempo e fino a che tutti i risparmi sono esauriti vivano a carico delle loro famiglie e in seguito passino all'assistenza sociale, fino a che il loro stato di salute peggiora al punto tale che la rendita d'invalidità (in misura maggiore) viene loro riconosciuta. Questo processo dura però un certo tempo e temo che se ne prenderà atto soltanto quando la crisi economica avrà portato il Paese al punto più basso.
Il Consiglio federale ha recentemente posto in consultazione la prima parte della sesta revisione dell'AI, la quale dovrebbe consentire di revocare 12.500 delle attuali 250 mila rendite correnti. È realistico integrare così tante persone nel processo lavorativo?
Senza misure fiancheggiatrici incisive, questi piani sono un puro desiderio fantasioso a cui onestamente nessuno può credere. Anche in un periodo di alta congiuntura queste persone non trovavano alcun posto di lavoro rispettivamente non riuscivano a mantenere quello che avevano. Proprio per questo è stato loro riconosciuto il diritto alla rendita. Se si ammettesse tuttavia che le discriminazioni nel mondo del lavoro a causa di un hadicap danneggiano tutti e questo venisse sorretto da misure chiare (come per esempio una quota d'impiego obbligatoria per i datori di lavoro e una penale alta), migliaia di disabili potrebbero contribuire al bene della società. Ma a questa "norma" nemmeno i sindacati non hanno sin qui prestato grande attenzione.
Le persone maggiormente toccate sarebbero quelle che soffrono di dolori cronici diffusi, di disturbi somatoformi (sintomi fisici che inducono a pensare a malattie di natura somatica e di patologie simili). Esiste davvero un potenziale d'integrazione per questi soggetti?
Il dolore è qualcosa di molto complesso. Ma a tutti è evidente che esso può essere causato o favorito sia da processi psichici che fisiologici. Altrettanto ovvio è che la medicina non è in grado di riconoscere tutte le cause della malattia e del dolore, di dare spiegazioni e di curare. L'assicurazione invalidità, tuttavia, poggiandosi su una definizione di "disabile" vecchia di cinquant'anni, esige una motivazione medica per giustificare un'incapacità lavorativa. Rimanendo ancorati a questo concetto, risulta logico escludere dai motivi di invalidità tutte le manifestazioni di dolore che non hanno una spiegazione fisiologica (e dunque "oggettiva").
Ma bisognerebbe anche interrogarsi su cosa succede a queste persone escluse dall'AI ma pur sempre impossibilitate a lavorare. Una questione questa che la politica, per motivi di costi, preferisce ignorare.
D'altro canto è pure evidente che un posto di lavoro e un contesto sociale in cui l'uomo vede un senso e si sente apprezzato, possono contribuire in modo importante a rendere il dolore sopportabile o addirittura a farlo sparire. Anche in questo caso la questione centrale è di sapere quali misure fiancheggiatrici esterne all'AI possono garantire l'integrazione di queste persone.

Pubblicato

Venerdì 3 Luglio 2009

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