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La solidarietà che trasforma

di

Martino Dotta
Si afferma spesso che tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare, in quanto al dichiarato non sempre corrisponde un'azione della medesima portata. È più facile promettere e prendere impegni, magari anche in forma altisonante, che dare concretezza alla parola data. Ne sono un esempio (un po' tragico e desolante, a rigor del vero) le dichiarazioni d'intenti degli organismi internazionali, dei governi nazionali o locali oppure dei candidati a qualunque carica politica: firme, voti e rassicurazioni cadono sovente nel vuoto, come se bastasse far sperare in un cambiamento futuro per trasformare per davvero la realtà. Il paradosso sta nel fatto che, in genere, chi promette sa di non poter dare seguito ai propri giuramenti, se essi non riescono a sfondare i muri dell'immobilismo e del rifiuto di mettere in discussione modi d'agire acquisiti e posizioni rivendicate. Se questo principio vale per la vita individuale di ognuno di noi, dove l'esperienza c'insegna quanto difficile sia qualsiasi modifica d'attitudine o abitudine, tanto più s'applica al nostro sistema sociale, alle strutture politiche ed economiche che reggono (così si spera!) le sorti del mondo.
È vero però anche il contrario. Non di rado, il modo d'operare risulta migliore della volontà manifestata, la realizzazione più convincente del progetto. C'è chi preferisce intervenire a favore di un effettivo cambiamento, lontano dalle luci della ribalta, nel nascondimento e nel silenzio. E il suo agire non è di certo meno efficace e pertinente di un documento votato all'unanimità dall'Assemblea generale dell'Onu o dal Parlamento! Tuttavia, questa maniera di fare non sempre consente di compiere una provata trasformazione dell'ordinamento corrente, se viene meno la connessione tra intento ed atto o, viceversa, se il fare è scollato dal dire. È l'atteggiamento di chi, individuo o corpo collettivo, invia ad esempio un'offerta in denaro ad un ente umanitario senza rendersi conto che può essere solidale già a partire dal vicino di casa. Un simile gesto di condivisione materiale non coincide con una reale presa di coscienza e, pertanto, rischia di avere ben poca incidenza sul contesto del beneficiario (singolo o organizzazione che sia).
Il monito evangelico del "non sappia la mano destra cosa fa la mano sinistra" non significa che non è necessario interrogarsi sugli effetti immediati o a medio e lungo termine di qualsiasi scelta o attività. Come vasi comunicanti, le intenzioni e azioni umane si compenetrano e dovrebbero contribuire a invertire tendenze problematiche e ad abbandonare processi nocivi.
Al riguardo, nel linguaggio religioso si parla, non a caso, di conversione del cuore e della mente, cioè di trasformazione profonda e duratura di comportamento. È in questa prospettiva che, a mio avviso, il nostro modo di concepire l'aiuto al prossimo e la solidarietà, dovrebbe essere dettato dal desiderio di lasciarsi interpellare radicalmente dalla condizione di disagio altrui o dalle ingiustizie che troppo caratterizzano i rapporti interpersonali, sociali e mondiali.

Pubblicato

Venerdì 26 Settembre 2008

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