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“Il confine tra Stati Uniti e Messico è una herida abierta, in cui il Terzo Mondo si strofina forte con il Primo e sanguina. E prima che si formi una crosta l’emorragia riprende, il sangue vitale di due mondi che si fondono per formare un terzo Paese – una cultura di confine”. Sono parole molto belle di Gloria Anzaldúa, “Scrittrice, poeta teorica femminista-queer chicana texana patlache (parola nahuatl per lesbica)” (così si autodefiniva), scomparsa ormai diversi anni fa. Una definizione di sé come soggetto in continua transizione, dall’identità mobile e plurima per una figura di riferimento nella riflessione sul confronto tra culture, il meticciato, la transizione fluida tra stati (politici e dell’essere).

 

Un buon spunto per riflettere sulla dialettica chiusura/apertura che tuttora agita la discussione sui rapporti con quanto viene da fuori ma anche con le identità plurime che caratterizzano il nostro tessuto sociale. Più culture di confine, vitali nella misura in cui vi pulsa la vita: ecco un bel progetto politico per la società di oggi e di domani. Certo, la realtà è molto più prosaica e meno stimolante, il rischio di chiusura in una visione rigida e oppositiva è marcato: il confine continua a essere, per un’Europa sempre più arroccata, il luogo che stabilisce la “rettitudine” di una parte (il confine, non dimentichiamolo, è una linea territoriale retta, non spezzata, pena appunto la contaminazione con il diverso); delimita l’ordine dal disordine e non consente transiti che non siano regolamentati.

 

Insomma, sempre più spesso coincide con il muro, creazione immobile e per definizione di respingimento, non a caso protagonista di una stagione di successo anche nel nostro continente, oltre che in quella frontiera-ferita evocata dalla scrittrice. Le frontiere sono naturalmente quelle fra gli Stati, ma ve ne sono di infinite altre, di genere, di lingua, di cultura, molte di difficile o incerta definizione. Tolleranza per la contraddizione, per l’ambiguità, per la mescolanza; spostamento continuo dentro e fuori gli abiti mentali e i condizionamenti culturali: questo il suggerimento e l’esempio di chi ha vissuto sulla propria pelle discriminazione, stigma, rifiuto. Nella nostra posizione di privilegio, e dall’osservatorio speciale di un Paese multi-identitario come la Svizzera, possiamo riprendere la riflessione su questi temi; anche per evitare contrapposizioni tra ‘fautori dei muri’ e ‘spalancatori di frontiere’: che nelle profonde differenze che li caratterizzano a volte condividono una visione semplificatoria e proiettiva della realtà. Le identità multiple non sono pedine di un gioco di scacchi: sono realtà in movimento, e se si arroccano su posizioni ferme prima o poi, come sanno bene i giocatori, soccombono.

 

La società inclusiva non è un’opzione: è la sola possibilità per noi tutti di creare quel Paese Altro che forse permetterà, finalmente, uno scorrere vitale delle diverse linfe che percorrono questo tormentato, fragile e insieme maestoso mondo.

Pubblicato il 

12.09.19..
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