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La sobrietà

di

Martino Dotta
A percorrere pur distrattamente le strade delle nostre città e paesi, di questi tempi autunnali, si ha l’impressione di vivere una sorta di anticipazione o confusione delle stagioni e delle relative ricorrenze. Intanto anche dalle nostre parti, la festa di Halloween s’è imposta all’attenzione di una larga fetta della popolazione, soprattutto giovanile. La notte delle streghe e dei fantasmi ha ormai sostituito in parte la cristiana solennità di Ognissanti e le vetrine dei negozi sono state invase da zucche, dolci di vario genere, maschere, carta d’ornamento (e igienica!) variamente decorata. Ma appena passata questa carnevalata dal chiaro sapore statunitense (e non celtico, come alcuni erroneamente sostengono, quasi a darle una legittimità storica e mitica), ecco che sono apparsi gli addobbi natalizi. Per ben due mesi saremo costretti a sorbirci i ritornelli ammalianti delle promozioni per le Feste, periodo di doni e cenoni per antonomasia. Streghe e fantasmi lasceranno invece il posto a più benevoli Babbi Natale e San Nicolao, nell’attesa dell’apparizione di presepi e angeli paffuti. Non è qui il luogo di facili e, tutto sommato, scontati moralismi sull’invadenza dello spirito consumistico anche verso gli spazi sacri di Ognissanti, della Commemorazione dei Morti, dell’Avvento e del Natale. In tali frangenti, i proclami castiganti sono all’ordine del giorno, ma in genere non raggiungono lo scopo che si prefiggono. Resta inascoltata la maggioranza degli appelli alla moderazione negli acquisti o alla prodigalità con i più sfavoriti. Forse è il caso d’impostare il discorso su un altro piano e chiedersi cosa ci stia dietro la frenesia degli acquisti e dei festeggiamenti di questo particolare periodo dell’anno. In fondo, con le teorie economiche classiche va riconosciuto che alla base del gioco della domanda e dell’offerta si trova la più che legittima aspirazione alla felicità individuale e collettiva. Essa si manifesta, non a caso, anche nell’economia di mercato. La questione è però di accordarsi sulle modalità pratiche da seguire per rendere accessibile al maggior numero possibile di persone questa laicissima felicità materiale. Ora, a tale proposito, non ci sembra inutile evocare la riflessione compiuta negli ultimi tre-quattro anni dalle Chiese cristiane con la “Consultazione ecumenica per il futuro sociale ed economico della Svizzera”. Nel ricordare il diritto di chiunque di ricevere l’ambiente familiare e di vita, l’educazione, l’impiego e la remunerazione che gli spetta, le Chiese hanno messo in rilievo – tra le righe – un valore oramai poco comune, eppure irrinunciabile: la sobrietà. Oltre a rimare con generosità e solidarietà, essa potrebbe diventare una norma di comportamento che detti le scelte personali e sociali, in ogni ambito di vita e sull’intero arco dell’anno.

Pubblicato

Venerdì 22 Novembre 2002

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