Pierre-Yves Maillard, 36 anni, segretario regionale vodese del sindacato Flmo e consigliere nazionale socialista, potrebbe presto cambiare mestiere. Candidato alla successione di Pierre Chiffelle al consiglio di Stato del Canton Vaud, Maillard racconta ad area le ragioni che l’hanno spinto ad accettare questa sfida, che si giocherà davanti al popolo il 24 ottobre prossimo. Il Consigliere nazionale e vicepresidente del Partito socialista riflette pure sul senso della presenza della sinistra all’interno di un esecutivo e analizza alcune questioni di stretta attualità nel suo Cantone. Pierre-Yves Maillard, lei è conosciuto come un politico di opposizione, talvolta anche all’interno del Partito socialista. Ritiene comunque di avere il profilo giusto per entrare in un esecutivo? Nel Canton Vaud non ho la stessa immagine che ho a livello nazionale. Alle ultime elezioni cantonali sono stato il più votato e questo non sarebbbe capitato se avessi tenuto un profilo estremista. Io sono uno che cerca soluzioni, sia a livello sindacale che politico. Per esempio, ho partecipato (a nome del Ps vodese) alla tavola rotonda sulle finanze cantonali, che, se non fosse stata “strapazzata” dai liberali, avrebbe permesso di risanare le finanze per 200 milioni con misure negoziate, in parte nuove entrate e in parte risparmi. Sul piano sindacale invece ho condotto molti conflitti ma ogni volta ho contribuito a trovare soluzioni che hanno permesso di salvare dei posti di lavoro o perlomeno di migliorare dei piani sociali. A livello nazionale ho semplicemente difeso una posizione sulla questione del servizio pubblico, che è in contrasto con le politiche praticate in questo paese. È per questo che ho l’immagine di oppositore. Qual è il senso della partecipazione di un uomo di sinistra ad un governo che prende decisioni prevalentemente di destra? Non sarei certo il solo a vivere una situazione simile all’interno di un esecutivo. Il caso di Patrizia Pesenti in Ticino è un esempio: lavora per cercare soluzioni negoziate ma, a volte, deve lottare, anche pubblicamente. E io farei lo stesso, perché sono una persona incline al compromesso ma non sono disposto a negare i miei valori. Vedremo se i vodesi apprezzeranno questo tipo di personalità e riconosceranno che il cantone va meno male da quando la sinistra è meglio rappresentata in Consiglio di Stato. Come giudica la rigidità del governo cantonale vodese nell’affrontare la vicenda dei 523 richiedenti l’asilo espulsi? Rispetto alle posizioni iniziali c’è stato un ammorbidimento, anche se nella comunicazione al pubblico i toni restano duri. Il governo voleva eseguire dei rimpatri forzati già in agosto senza nemmeno avvertire le persone, mentre ora ci sono stati dei dietrofront e delle correzioni di rotta. E questo soprattutto grazie al lavoro dei nostri consiglieri di Stato. Lei quale soluzione suggerirebbe alla questione? Non esistono soluzioni semplici. La questione dei richiedenti l’asilo respinti è uno dei più difficili problemi della politica. Io dico semplicemente che l’espulsione di 520 persone da qui a Natale è umanamente e praticamente irrealizzabile. Credo che debbano essere altre le priorità del potere pubblico. Per esempio lottare contro il traffico di droga nelle strade di Losanna, anziché impiegare enormi forze di polizia per scovare le famiglie da espellere. Considerato oltretutto che diversi hanno deciso di partire spontanemente. Naturalmente poi in certi casi vanno riesaminati i dossier, tenendo conto della situazione di ciascuno e facendo attenzione ai più fragili. Condivide lo slogan secondo cui “ogni espulsione è un’espulsione di troppo”? No. Non sono di questo avviso. Se esiste una legge sull’asilo significa che la domanda può essere rifiutata. A mio avviso le autorità cantonali hanno però il dovere e la responsabilità di segnalare eventuali errori di valutazione commessi da Berna. Io non dico “zero rinvii”, perché significherebbe garantire la libera circolazione totale, senza regole. E io non sono d’accordo. Se un amico le chiedesse un parere sull’opportunità di aiutare un clandestino a nascondersi, come lo consiglierebbe? Queste sono decisioni che ricadono sotto la responsabilità individuale. Provo comprensione per chi commette atti di disobbedienza civile per tutelare una persona ritenuta in pericolo. Come uomo politico ho però la responsabilità di difendere le leggi o di battermi per cambiarle. Tra le 13 mila firme della petizione in favore dei richiedenti l’asilo respinti c’è anche la sua? No, ma ho fatto conoscere pubblicamente la mia posizione. È difficile per lei gestire questa situazione? Quello dell’asilo è un dossier complicatissimo, che si presta a speculazioni, sia da parte dell’estrema destra che dall’estrema sinistra. In caso di elezione, lei potrebbe trovarsi nella situazione di dover difendere tagli alla spesa pubblica e licenziamenti. Per un sindacalista deve essere difficile... Vede, io sono un sindacalista che si è battuto per i lavoratori ma anche uno che ha dovuto gestire una struttura con una quarantina di dipendenti. Quando sono arrivato avevamo un debito di 500 mila franchi (su un budget di 3,5 milioni), che sono riuscito a ridurre dell’80 per cento, ma senza licenziare nessuno. Grazie a qualche pensionamento anticipato, a negoziati salariali e all’aumento degli iscritti (quasi il 10 per cento in quattro anni). E io credo che anche in una grossa struttura come il Canton Vaud si possano risolvere i problemi economici e finanziari senza licenziamenti. Lei si immagina, una volta conclusa l’esperienza di governo, di tornare a fare il sindacalista? È possibile. Amo molto il lavoro sindacale e se ci sarà l’opportunità di proseguirlo, non la considererò una retrocessione. L’entrata in governo comporterebbe l’abbandono della scena politica nazionale? Lascerò sicuramente il Consiglio nazionale, che è una carica costituzionalmente incompatibile. Non escludo invece di mantenere la vice presidenza del Partito socialista, in seno alla quale si lavora molto bene.

Pubblicato il 

01.10.04

Edizione cartacea

 
Nessun articolo correlato