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La scuola parla inglese

di

Maria Pirisi
La lingua batte... Sicuramente la proposta dell’introduzione in forma obbligatoria dell’inglese già nei primi anni della scuola media, ha scoperto una zona particolarmente sensibile del nostro sistema scolastico: l’insegnamento delle lingue. A quali idiomi dare la priorità? A quelli nazionali oppure ad una lingua come l’inglese, diventato lo strumento di comunicazione mondiale?. La decisione del Dipartimento dell’istruzione e della cultura ha riacceso il dibattito intorno al tema. Un dibattito che da qualche settimana ferve sulle colonne dei giornali coinvolgendo studenti, docenti, intellettuali, politici e associazioni scolastiche. Tutti d’accordo sul fatto che oggi l’insegnamento delle lingue nella scuola ticinese deve rispondere ad un contesto geo-sociale profondamente mutato. Un contesto in cui preme con forza, come nel resto del mondo, la necessità di dotare gli allievi di una lingua ormai diventata indispensabile nella comunicazione internazionale. E fin qui niente da eccepire. Le voci discordanti sorgono quando si tratta del come e delle motivazioni che stanno alla base. Secondo un articolato rapporto dell’Associazione per la scuola pubblica del cantone e dei comuni in Ticino (in risposta alla consultazione aperta dal Dic), «Nel documento del Dic (intitolato «Insegnamento delle lingue: interventi proposti dal Dipartimento», ndr) manca invece la descrizione e l’analisi del contesto politico e culturale che rende necessaria la riforma prospettata e manca perciò una disamina argomentata di bisogni e priorità sulla quale ci si possa confrontare». L’Associazione ribadisce che se da una parte anche l’apprendimento di una lingua esterna, in questo caso l’inglese, può contribuire alla coesione fra le aree linguistiche nazionali, appare però «insufficiente giustificare l’allargamento dell’inglese nelle nostre scuole, parlando semplicemente (come si legge nel documento del Dic, ndr) di una “forte richiesta di insegnamento della lingua inglese”». Già mesi fa, sulle colonne di «area» (22.06.01) lo scrittore e docente Fabio Pusterla aveva allargato il discorso riportandolo a quello dell’insegnamento scolastico svizzero. «La mia impressione – aveva affermato – è che questa discussione stia avvenendo secondo criteri più pragmatici e utilitaristici (...) che culturali e pedagogici». Una preoccupazione ampiamente condivisa anche da una parte degli studenti ticinesi. Come testimonia la presa di posizione dei liceali luganesi (Liceo Lugano 1) inviata al Dic e corredata da oltre 500 firme raccolte tra i ragazzi dell’istituto. «Riteniamo che la scelta di rendere obbligatorio l’inglese – ribadiscono – con questa modalità, risponda a evidenti interessi economici (...) ma vada a scapito degli studenti e non ne consideri abbastanza approfonditamente le esigenze didattico-formative». Ma come vede il nuovo quadro scolastico un linguista? Noi abbiamo raccolto la voce di Stefano Vassere, responsabile del Repertorio toponomastico ticinese presso l’Archivio di Stato del Cantone Ticino e professore di linguistica generale presso la Libera Università di Lingue e Comunicazione Iulm di Milano, dove tiene il corso di Legislazioni linguistiche contemporanee. Nel suo ruolo di linguista, come valuta la decisione di introdurre, a titolo obbligatorio, l’inglese già nella seconda media? Dal punto di vista del linguista la risposta è molto semplice: la scuola dell’obbligo della Svizzera italiana (non solo quella del cantone Ticino) non può fare a meno dell’insegnamento della lingua inglese. Aggiungerei un altro punto fermo: la stessa scuola dell’obbligo svizzera italiana non può nemmeno prescindere dall’insegnamento del tedesco e del francese. Acquisiti questi principi, che personalmente ritengo indiscutibili, tutto sta nel definire le modalità di questi insegnamenti, sia sul piano dei relativi livelli di approfondimento, sia su quello della distribuzione delle ore nelle griglie orarie annuali. Il recente dibattito sull’insegnamento delle lingue nella scuola dell’obbligo, successivo alla messa in consultazione del documento del Dipartimento istruzione e cultura, è un dibattito qualificato, che ha interessato l’opinione pubblica e chi opera nel settore in modo diffuso e approfondito (molto più che il dibattito, decennale, sulla riforma dell’articolo costituzionale sulle lingue o quello sull’attuale progetto di legge federale sulle lingue). Per certi aspetti questo nostro periodo ricorda la preparazione al voto, un anno fa, sui sussidi alle famiglie con figli nella scuola privata. Ma il dibattito attuale è caratterizzato anche da un notevole scollamento tra le esigenze «sociolinguistiche» della Svizzera italiana in quanto minoranza linguistica e quelle della scuola ticinese, soprattutto quella del settore medio. In sostanza, credo che il principio dell’insegnamento di tre lingue diverse dall’italiano vada accettato nelle sue linee generali, sempre che sia possibile trovare soluzioni adeguate per un suo «impianto» non troppo doloroso nei programmi scolastici. Un gruppo di studenti liceali di Lugano esprimono la loro preoccupazione che questo riassetto in ambito di insegnamento linguistico sia conseguente a una certa pressione proveniente dagli ambiti economici ticinesi (Ait). È d’accordo? La presa di posizione dell’Associazione delle industrie ticinesi va letta bene (è scaricabile tra l’altro al sito www.aiti.ch), soprattutto perché si allinea in pratica sulla proposta del Dic chiedendo però «esplicitamente che tale riforma sia considerata solo una riforma provvisoria e che i caratteri definitivi di una riforma più radicale siano rimandati ad un periodo di tempo che non superi i quattro-cinque anni dall’introduzione della prima». Ora, se si va a vedere quali sono i termini di questa «riforma più radicale», si capisce che l’Aiti allude all’insegnamento cosiddetto «precoce» dell’inglese, quello che a Zurigo si chiama Frühenglisch. Questa proposta (cui hanno fatto eco alcuni recenti atti parlamentari) va rifiutata con decisione, in quanto non tiene conto di «due calcoli» sociolinguistici alla portata di tutti e che dovrebbero scoraggiare l’anticipo dell’inglese alle scuole elementari: il fatto che la prima lingua seconda appresa a scuola dovrebbe essere una lingua «vicina» e il fatto che l’inglese non necessita, vista la sua riconosciuta e ribadita forza esterna, di favori e posizioni di privilegio nei cicli scolastici. Insomma, secondo lei l’inglese potrebbe davvero minacciare l’apprendimento delle altre lingue nazionali. Nel senso che si potrebbe rischiare – come ha rilevato il collegio dei docenti della Scuola media di Gordola – che «alla fine ci si ritrovi con una competenza solo mediocre in tutte le lingue insegnate, italiano compreso». L’idea di insegnare l’inglese in sé non credo. Certo è che lo sforzo di «ingegneria delle griglie» orarie e dei programmi di insegnamento non sarà da sottovalutare. Secondo me, questa consultazione ha comunque insegnato qualcosa a chi non operi direttamente nella scuola: fatti che riguardano più il funzionamento e le funzioni della scuola stessa che le esigenze sociolinguistiche della minoranza italofona nel Ticino. Prendiamo la questione dell’italiano: personalmente, all’inizio di questa consultazione, ho avuto la nettissima (e impropria) impressione che i propositi di miglioramento della qualità dell’italiano fossero stati inseriti dalla commissione per esigenze di equilibrio nelle proposte dipartimentali, per non lasciar credere che il potenziamento dell’insegnamento delle lingue seconde andasse a minacciare competenze della lingua madre che credevo per ora fuori discussione. Di fatto noto che per esempio molte delle stesse prese di posizione sul progetto (da una parte e dall’altra) presentano seri e preoccupanti problemi di stile, di organizzazione testuale, in certi casi anche di sintassi, punteggiatura, grammatica. Tanto da farmi pensare che, probabilmente, esiste una «questione dell’italiano», che interessa gli scolari, ma che riguarda anche e in modo molto più grave gli adulti, in alcuni casi gli stessi docenti. È un esempio marginale, ma a suo modo allarmante. Se dall’italiano, come è stato giustamente auspicato, devono passare i contenuti culturali e le predisposizioni alla curiosità intellettuale, è non solo giusto ma addirittura necessario che lo strumentario sia qui perfettamente funzionante. Altrimenti il corredo linguistico degli allievi delle nostre scuole potrebbe rivelarsi un corredo monco, un’arma linguistica desolatamente spuntata.

Pubblicato

Venerdì 22 Febbraio 2002

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