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Educazione

La scuola che non verrà

23 marzo, sedi aperte contro la politica che non investe nell'istruzione ma taglia

di

Francesco Bonsaver

Il governo chiude le scuole e i maestri le riaprono. È quanto accadrà in Ticino mercoledì 23 marzo, giorno in cui gli insegnanti hanno deciso di aprire le porte delle loro sedi, contrariamente alla volontà del governo di chiuderle per motivi di risparmio.

Impressiona il tasso di adesione alla singolare protesta e la diffusione a tutti i livelli dell’educazione pubblica. Allo “sciopero al contrario” parteciperanno la totalità delle scuole superiori, la maggioranza delle scuole medie e, fatto nuovo, un numero importante di scuole dell’infanzia, di elementari, di scuole professionali e le scuole speciali. Complessivamente, oltre un’ottantina di sedi. L’estensione del malessere nell’educazione pubblica cantonale è tangibile.


Una scuola da tempo sottoposta a cure dimagranti, che hanno portato la pazienza degli insegnanti al limite. Le ultime gocce che hanno fatto traboccare il vaso sono il blocco degli scatti per il biennio 2016-2017, la riduzione dello 0,5% dello stipendio per chi ha raggiunto il massimo della carriera e la riduzione di 12 milioni di franchi delle sovvenzioni ai comuni per le scuole. Misure di risparmio inserite dal governo nel Preventivo 2016 e avvallate dal Gran Consiglio.


Sarebbe però riduttivo limitarsi a descrivere la protesta dei docenti quale semplice reazione all’ennesima riduzione dei salari. Il messaggio che esce dalle scuole quel 23 marzo dice altro. Una sorta di grido d’amore a difesa dell’educazione, del tipo «la scuola pubblica necessita investimenti, non tagli». Una banalità a parole riconosciuta da tutti, ma che nei fatti la politica tende a ignorare.
Scrivono i docenti nel loro manifesto del 23 marzo: «In questi anni abbiamo assistito, tra le altre cose, a un aumento dell’orario di insegnamento settimanale degli insegnanti e a un aumento del numero di allievi per docente. Tutto ciò nel contesto della crescita costante dei compiti che la scuola deve assolvere e della sempre maggiore complessità dei mandati a cui deve rispondere, senza per altro un sufficiente investimento di risorse. Il nostro cantone investe nella formazione, ormai da molti anni, il 15-20% in meno rispetto alla media cantonale svizzera».


Il Ticino infatti si colloca nel fondo classifica dei cantoni per investimenti nella formazione, occupando il 22esimo posto con un 23% della spesa pubblica destinato all’educazione.  Il più virtuoso è Basilea Campagna col 35%. Il Ticino conta pure la media più alta del paese per quanto riguarda il numero di allievi per classe. Nonostante questi dati poco onorevoli, il Ticino è il secondo cantone per tasso di bachelor accademici, con un invidiabile 17,7%. Riassumendo, è il cantone che investe meno nel sistema educativo ma produce una delle più alte percentuali di laureati del paese. Forse la spiegazione di uno dei meriti del brillante risultato è da ricercare nell’impegno dei docenti ticinesi.

 

Un impegno socialmente poco riconosciuto. Nelle discussioni da bar si tende a disprezzare i docenti, definendoli dei privilegiati. Un mestiere ben pagato, fatto di poche ore e tanta vacanza, si dice a voce alta al bancone. Eppure la favola del mestiere tanto bello cozza con la realtà. «In sei anni il numero di candidati ai concorsi scolastici è rimasto pressoché stabile nelle scuole comunali, mentre è calato nelle scuole medie, medie superiori e nel settore dell’insegnamento professionale. Il dato comune è comunque quello di un calo generale di candidati esterni, particolarmente evidente per la scuola media» si legge nell’analisi “Scuola a tutto campo” pubblicata dalla Supsi lo scorso anno. Se calano i candidati al posto di insegnante, probabile che il mestiere tanto bello non lo sia. O meglio, le sue condizioni peggiorano costantemente. In un sondaggio pubblicato dal Decs lo scorso anno a cui hanno partecipato 1.800 insegnanti, emerge che «oltre la metà dei rispondenti non crede che nella scuola l’impegno e il rendimento dei docenti siano adeguatamente riconosciuti in termini economici». Ben si comprende lo stato d’animo con cui i docenti hanno recepito i nuovi tagli del Preventivo 2016. Cosciente dell’impatto, l’esecutivo cantonale ha pensato di compensare i tagli “regalando” ai docenti una giornata di congedo, imponendo la chiusura delle scuole il 23 marzo.


Un regalo per nulla apprezzato dal corpo insegnante. E la reazione indignata ha subito preso corpo, allargandosi a macchia d’olio in forma del tutto spontanea. A lanciar l’idea, il collegio dei docenti della scuola media di Camignolo. «Non abbiamo bisogno di più giorni di vacanza, ma di migliori condizioni di lavoro e di risorse supplementari. Il 23 marzo noi terremo aperta la scuola!» scrivono nella risoluzione. La proposta trova ampio consenso e molti collegi docenti di altre sedi la fanno propria.


Ad oggi alla protesta hanno aderito tutti i licei e la scuola di commercio di Bellinzona, oltre la metà delle scuole medie (20 su 35), le scuole speciali, una trentina di scuole elementari e dell’infanzia, nonché diverse scuole professionali.


Una protesta nata dal basso, da chi vive e soprattutto fa la scuola tutti i giorni. Un minimo di coordinamento se lo è assunto il Movimento della scuola, cioè un gruppo di docenti che sacrificando il tempo libero s’impegna per promuovere le migliori condizioni per adempiere ai compiti educativi. È marginale invece il ruolo dei sindacati Vpod e Ocst nella protesta, aggregatisi in un secondo tempo e limitato al semplice supporto. Si noti che i tagli del personale riguardano tutto il personale dell’amministrazione cantonale. Anche il sindacato degli studenti e apprendisti (Sisa) sostiene la giornata di protesta. In molte sedi, anche le assemblee dei genitori daranno una solidarietà tangibile quel giorno.


Un bel segnale d’interesse sociale per l’educazione, poco considerata dalla classe politica. Sulla giornata del 23 marzo, il Dipartimento Educazione, cultura e sport (Decs) si è limitato a segnalare ufficialmente eventuali problemi di copertura assicurativa nel caso di infortuni. Lunedì scorso la Commissione scolastica ha incontrato i rappresentanti delle organizzazioni dei docenti, per cercare di capire le ragioni del malcontento. Un tentativo di colmare quella distanza che separa la visione della scuola dei politici da quella vissuta dal corpo insegnante. Docenti che si ostinano a credere che l’educazione sia un investimento essenziale per il futuro della società, non un costo da ridurre. Di diverso avviso le maggioranze di governo e del Gran Consiglio che ragionano in termini economici. Perché se è certo che gli investimenti nella scuola non aumenteranno, è molto probabile che i risparmi all’educazione non si fermeranno. Ad aprile il governo annuncerà la nuova manovra di risparmio da 180 milioni di franchi, da cui la scuola non uscirà indenne.


Un sistema scolastico i cui attori saranno confrontati nel prossimo futuro con una duplice sfida. L’implementazione dell’armonizzazione scolastica federale Harmos  e l’ambizioso progetto cantonale «La scuola che verrà» elaborato dal Dipartimento competente. Un progetto che, seppur valutato positivamente da buona parte del corpo insegnante, raccoglie diverse voci scettiche sulla sua realizzazione a costo zero, cioè senza investimenti. «Indubbiamente, accanto a un necessario adeguamento delle condizioni organizzative e lavorative dei docenti, sono da prevedere interventi incisivi di formazione e di accompagnamento» si legge nella presentazione de «La scuola che verrà».


Come conciliare una riforma in un settore in cui si taglia penalizzando i docenti invece di investire, rimane la questione di fondo. «Gli insegnanti sono uno dei principali attori della qualità della scuola» si legge nello studio «La scuola a tutto campo». Perseverando nel peggiorare le condizioni dei docenti, la scuola che verrà non potrà essere che pessima.

Pubblicato

Giovedì 17 Marzo 2016

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