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La scommessa di Schröder

di

Tommaso Pedicini
Alla fine nemmeno l’improvvisa riscoperta della lotta di classe è servita a salvare la barca della socialdemocrazia tedesca dal naufragio annunciato. Il partito del cancelliere Gerhard Schröder domenica scorsa ha perso anche l’ultima roccaforte rimastagli, concludendo, così, nel peggiore dei modi, un biennio di sconfitte alle elezioni comunali e regionali in tutto il paese. Il Nord Reno-Vestfalia, il Land più popolato della Repubblica federale, è passato all’opposizione cristianodemocratica e liberale e il tracollo elettorale della Spd a Düsseldorf ha avuto un immediato contraccolpo a Berlino. La reazione del governo federale è stata rapida quanto inaspettata: l’annuncio di elezioni politiche anticipate per il prossimo autunno. Una cosa, infatti, è essere sconfitti in Länder tradizionalmente conservatori come la Baviera o in regioni di scarso peso elettorale come la Saar, un’altra, invece, è perdere un Land che per 40 anni è stato la spina dorsale della Spd. Tra Colonia e il Bacino della Ruhr il partito di Schröder ha sempre raccolto, fino a domenica scorsa, risultati elettorali superiori al 40 per cento e il numero dei militanti dell’Spd nella regione è pari a quello di tutti gli altri Länder messi assieme. Essere maggioranza in Nord Reno-Vestfalia, dove vivono 17 milioni di persone, significa, da sempre, avere già in tasca metà del biglietto di sola andata per la cancelleria di Berlino. In molti si aspettavano una pesante sconfitta del governo rosso-verde di Düsseldorf retto dal tecnocrate Peer Steinbrück. Chiaro era anche che da un simile risultato sarebbero derivati problemi seri per Schröder. Ma quando domenica sera, poco dopo i primi exit poll che davano la vittoria alla Cdu, dalla cancelleria è arrivata la notizia del ricorso ad elezioni federali anticipate, anche gli analisti più navigati sono rimasti di sasso. Una scelta alla Schröder, si dirà. Una decisione presa d’istinto, senza riflettere sulle conseguenze, come, del resto, è successo già in altre circostanze. Ma il personaggio è fatto così, ama le sfide. Piuttosto che veder vegetare il suo secondo governo fino al termine naturale della legislatura, fissato per il settembre 2006, meglio cercare la “bella morte” in uno scontro elettorale disperato. In realtà Schröder poteva scegliere anche di rassegnare le proprie dimissioni da cancelliere, ma questo passo sarebbe stato interpretato come un’ammissione di colpa. Ora, quindi, la maggioranza rosso-verde dovrà “sfiduciarsi” da sola al Bundestag per aprire la strada al voto anticipato e il presidente della Repubblica dovrà ratificare tale inconsueta procedura. Grazie al suo istinto politico, Schröder in passato è riuscito a salvarsi in più occasioni. Sembra difficile, però, che questa volta l’istinto da solo possa ribaltare in pochi mesi il vantaggio di oltre dieci punti che i sondaggi condotti a livello federale danno attualmente alla Cdu e ai liberali e, soprattutto, far rientrare il malcontento popolare dovuto alla disoccupazione di massa e agli effetti dei tagli allo stato sociale. Proprio per arginare la fuga di iscritti e di consensi elettorali la Spd, nella persona del suo presidente, Franz Müntefering, nelle ultime settimane aveva dato vita ad una colorita campagna di attacchi contro il capitalismo selvaggio e i suoi esponenti. Müntefering ha paragonato gli investitori che comprano le aziende per poi smembrarle e rivenderle, dopo averne licenziato i dipendenti, alle “cavallette” di biblica memoria. Ma Müntefering, con la benedizione ufficiosa di Schröder, ha fatto di più, condannando apertamente la politica dei grandi gruppi finanziari tedeschi, come la Deutsche Bank e l’Allianz, che, nonostante il significativo aumento dei loro profitti, hanno annunciato di recente massicci tagli al personale. Le critiche del leader socialdemocratico hanno suscitato un vespaio di polemiche, i mass media hanno amplificato a dismisura i colpi di fioretto tra Müntefering e lo svizzero Josef Ackermann, presidente di Deutsche Bank che, prendendo spunto dalla recente legge varata dal governo per obbligare le grandi aziende a rendere pubblici gli stipendi dei loro manager, ha accusato Müntefering di voler «introdurre il socialismo nelle imprese». Una farsa, insomma, specie se si pensa quanto Schröder e i suoi governi, dal 1998 ad oggi, hanno fatto, in termini di leggi, sgravi fiscali e incentivi di ogni genere, per ingraziarsi le grandi imprese e attirare capitali stranieri. Socialdemocratici e verdi si sono accollati il compito di “modernizzare” il paese. Hanno tagliato drasticamente il generoso welfare tedesco e ridimensionato i diritti dei lavoratori, pensando così di frenare la fuga delle aziende tedesche verso l’Est europeo e di creare addirittura nuovi posti di lavoro. Che improvvisamente una Spd tradita da chi ha così generosamente beneficiato – e nel disperato tentativo di frenare la diaspora del suo elettorato tradizionale – abbia riscoperto la lotta di classe, è quantomeno curioso, come ricordava qualche giorno fa lo scrittore Hans Magnus Enzensberger in un suo intervento sul settimanale “Der Spiegel”. La tardiva, e sospetta, riscoperta della critica al capitalismo non è servita a cambiare l’esito delle elezioni in Nord Reno-Vestfalia e se alla “Kapitalismusdebatte” (così è stata battezzata nei media tedeschi la polemica) non seguiranno velocemente delle misure concrete per creare nuova occupazione (anche a costo di raschiare il fondo del bilancio federale), non saranno certo l’istinto politico o la sua proverbiale fortuna a salvare Schröder dalla sconfitta definitiva.

Pubblicato

Venerdì 27 Maggio 2005

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