Mucca pazza, clonazione, manipolazione genetica, biotecnologia. Sono scampoli di una terminologia ricorrente che negli ultimi decenni sembra aver trapassato il diaframma di separazione tra la gente e i consessi della scienza. Le persone vedono passare sulle loro teste scoperte inquietanti, respirano la paura di essere potenziali o vittime di malattie risultanti da sperimentazioni affrettate e incontrollate al servizio del profitto (mucca pazza, alimenti geneticamente modificati). Le persone vogliono sapere, capire e bussano al sancta sanctorum della scienza chiedendo spiegazioni comprensibili. Una scienza che ha continuato a mantenere gelosamente la sua dimensione di sacro, di separato dal resto del volgo, anche se il moltiplicarsi di articoli e trasmissioni medico-scientifico sembrerebbero dimostrare il contrario. Lo stesso Premio Nobel Renato Dulbecco in una recente intervista (laRegione, 02.05.01) sconfessa questa apparente volgarizzazione della scienza: "Non c’è dubbio - afferma - che la scienza ha fatto passi indietro nel rapporto col pubblico. Questo perché essa ormai è molto complicata, anche sul piano delle questioni politico-sociali". Ma l’isolamento, segno di privilegio è foriero di diffidenza, così in tutti i Cantoni universitari è in corso il Festival Science et cité, un’operazione vastissima che vede grandi luminari del mondo scientifico impegnati in una vasta opera di divulgazione che vuole segnare un’inversione di tendenza a livello comunicativo. Ma la comunicazione è uno dei passi verso la democratizzazione della scienza. Ciò che preme conoscere non è solo il processo tecnico o i risultati di una scoperta medica, farmaceutica o quant’altro. Vorremmo sapere perché si investono miliardi in talune ricerche e poco o niente in altre. E dove va a finire la democratizzazione della scienza quando subentrano grossi interessi di mercato? Non basta scoprire un farmaco anti-Aids se poi ci sono colossi farmaceutici che rivendicandone il brevetto permettono solo ai ricchi di usufruirne. Gli scienziati non possono più arroccarsi dentro la torre d’avorio della neutralità. Una neutralità talvolta di facciata dietro cui, spesso, si maschera un asservimento al potere e alle leggi del dio mercato.

Pubblicato il 

04.05.01..

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