Tra le varie notizie di economia internazionale lette alla fine della scorsa settimana ne tolgo una che serve come avvio per sostenere il mio discorso. Si sa che il prezzo del petrolio è crollato. Con esso i profitti. Serve a poco comprimere i costi salariali o licenziare per ricuperare soldi e profitti. È lo stesso sistema di produzione-offerta e domanda che lo permette poco. Per porre qualche rimedio si seguono quindi due strade. L’una, fatale, contenere gli investimenti. L’altra, disperata, ridurre i dividendi agli azionisti. Ci sono società che li hanno ridotti del 28-30 per cento, ricuperando miliardi (v. ad esempio Eni).


Si dirà che l’esempio è un po’ tirato, per la particolarità dell’industria petrolifera. Porta però ad una costatazione: anche gli azionisti sono chiamati a far fronte ai contraccolpi possibili dell’economia o alle situazioni (speculative) di mercato. Induce, soprattutto, quasi di rovescio, ad una affermazione: l’impresa, l’azienda, la società non appartengono solo agli azionisti.


Proprio in quest’ordine di idee è interessante rilevare come nel pandemonio seguito alla decisione della Banca Nazionale svizzera di non più assicurare la soglia minima di cambio tra franco ed euro sia uscita, da parte di rappresentanti sindacali, la nozione particolare di rischio d’impresa. Nel senso, cioè, che va assunto dall’impresa, tuttalpiù distribuito, non addossato unicamente sui lavoratori con riduzioni drastiche di salari (oltretutto differenziati tra frontalieri e residenti), aumenti non retribuiti  di ore straordinarie, licenziamenti.


Nello stesso ordine di idee facciamo ora due calcolini che dimostrano come – dopo tutto il bailamme creatosi con il rapporto franco/euro, problema che tenderà a permanere  proprio a causa dell’indebolimento continuo dell’euro – si siano evitati due approcci fondamentali e logici che sono anche due possibili vie d’uscita.
Il primo. Le sole imprese svizzere quotate in Borsa hanno inondato lo scorso anno gli azionisti di 34 miliardi di franchi in dividendi (tralasciamo i guadagni di capitale dovuti all’aumento del corso delle azioni, pure ingenti).

Per quest’anno le venti maggiori capitalizzazioni della Borsa svizzera preannunciano ulteriori aumenti, proprio perché sembra che l’abbandono della soglia minima per il franco rafforzi l’attrazione per i rendimenti in dividendi. Risulta che i 70 per cento degli utili conseguiti in Svizzera servono a pagare dividendi agli azionisti. Perché quindi gli azionisti non sono mai chiamati a pagare contributi perlomeno equivalenti a quelli posti come condizione di sopravvivenza ai lavoratori (v. 26 per cento in meno di salario), tanto più che hanno possibilità di ricupero enormi?


Il secondo. Il giorno dell’annuncio dell’abbandono della soglia minima per il franco la Borsa svizzera ha registrato 27 miliardi di franchi di transazioni. Mai vista una cosa del genere (un milione di transazioni quando nella norma sono 150.000). È la prova provata della massima speculazione. Perché non ridurre la pressione sul franco (come sostiene il prof. Sergio Rossi dell’Uni di Friborgo) prelevando una tassa sull’acquisto di franchi, invece di pensare solo all’interesse negativo che crea altri problemi enormi? Le somme raccolte potrebbero essere destinate alle imprese in difficoltà per il rischio di cambio. C’è già una legge contro i rischi all’esportazione, perché non adeguarla?
Decurtare i salari e non toccare la finanza è più facile.

Pubblicato il 

18.03.15
 
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