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Affari nostri

La sanità mentale dell’utente digitale

di

Serena Tinari

Ho cominciato per caso, alla vigilia di un viaggio di lavoro in un paese lontano. Il modello di “sicurezza digitale” che avevo imposto ai miei collaboratori prevedeva che dessero un taglio alle tecnologie di comunicazione. Perché mica basta cancellare dal telefono email e messaggi. In mano ad un esperto, uno smartphone racconta tutta una vita. Per il bene dell’inchiesta, dovevamo adeguarci – avevo pontificato. Era il minimo, che dessi il buon esempio. A malincuore ho lasciato a casa il mio iPhone e ne ho comprato uno di vecchia generazione. Perché il vuoto pneumatico non risultasse sospetto, l’ho riempito con foto di marito e gatto. Zero email e zero social media. Tornata in patria dopo sei settimane, ho riattivato il mio vero telefono.

 

La massa di informazioni mi ha tolto il fiato. In capo a due ore ero di nuovo una tossicodipendente. In ogni minuto libero, io cliccavo. È stata un’epifania. Come una furia, ho cancellato le applicazioni non indispensabili. Via le email e via quelle spione delle Ferrovie svizzere che manca solo pretendano una copia della cartella clinica. Ho tenuto WhatsApp per comunicare con i miei genitori, tipici iTossici anni Quaranta. Ho ancora Twitter, perché amministro il profilo di organizzazioni non solo mie. Il resto? Fertig, Schluss: basta. Ho dedicato settimane ad informare colleghi e amiche della novità: se c’è un’urgenza, meglio un sms o una telefonata. Tendiamo a sottovalutare il prossimo: il mio circuito professionale e privato ci ha messo un niente, a capire l’antifona. E mi sono accorta che alla fine “urgente” non capita quasi mai. Sicché ho cominciato a scrutare dubbiosa il mio computer, in particolare il programma per la gestione della posta. Non avevo più le email sull’iPhone e sedermi alla scrivania la mattina era diventato un incubo. Eccoli, centinaia di messaggi in entrata, baldanzosi in neretto. Sono nuovo! Che fai, mi ignori? Ma non ti senti in colpa?

 

Ho preso ad analizzare il mio comportamento di utente digitale. Quante email erano rilevanti, inviate da una persona che avesse qualcosa da dire o chiedere? Poche. Il resto erano sabbie mobili. Medicina e satira, cibo per gatti e giornalismo mescolati a diritti umani, filosofia zen e informatica – in quattro lingue. E io, che ci facevo? Niente. Io cliccavo. Scorrevo il contenuto con lettura obliqua. Stabilivo saggiamente di avere altre priorità e le lasciavo lì, perché prima o poi le avrei lette. Però la casella della posta in entrata ne conteneva centinaia e scavando ho trovato messaggi inevasi classe 2011. Insieme alla vergogna, venne la seconda epifania. Ho scelto Inbox zero. Li chiamano Strumenti per Aumentare la Produttività, ma sarebbe sensato chiamarli Ausili per la Sanità Mentale. Sostiene un signore di nome Merlin Mann che ogni email richieda una delle seguenti azioni: Cancellare; Delegare; Rispondere; Rimandare; Fare. Ho dedicato la scorsa estate alla missione di venire a capo del caos. Ho spedito imbarazzanti email che cominciavano con “Eri finito in fondo al mio inbox”, e poi ho deciso: prometto, non lo faccio più. Click, click, click.

Pubblicato

Giovedì 27 Settembre 2018

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