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L'editoriale

La salute non è merce

di

Claudio Carrer

Una cassa malati unica, pubblica e finanziata con premi proporzionali al reddito. La proposta non è nuova e il popolo svizzero l’ha già respinta in più occasioni. Ma è in questa direzione che bisogna insistere se si vuole ridare una dimensione sociale all’assicurazione malattia e garantire a tutti l’accesso a cure di qualità, sempre più a rischio con il sistema attuale.

Un sistema in contraddizione con il suo stesso scopo, retto dagli interessi privati di assicuratori che speculano e si arricchiscono alle spalle della maggioranza della popolazione. La spesa per i premi, aumentati del 160 per cento dal 1996 a oggi (per una famiglia in media da 173 a 447 franchi!), ha ormai raggiunto livelli insopportabili per i salariati, che anno dopo anno vedono il loro potere d’acquisto erodersi a causa dell’assicurazione malattia.


E al problema economico va sommato il danno sociale, perché questa situazione è l’anticamera di una medicina a due velocità, una di alta qualità per i ricchi e una di bassa qualità per i poveri. Già oggi nella ricca Svizzera una fetta consistente della popolazione rinuncia a farsi curare in modo adeguato per ragioni finanziarie: è il caso di coloro che per cercare di risparmiare qualche franco sui premi scelgono una franchigia elevata e, per evitare questa spesa, rinunciano alla prevenzione oppure, di fronte a un problema di salute, aspettano troppo tempo prima di recarsi dal medico. Ci sono poi gli assicurati morosi e insolventi inseriti nelle liste nere dei Cantoni (oltre 33.500 in Svizzera e 3.500 in Ticino) a cui viene garantito solo il rimborso delle prestazioni considerate “d’emergenza”: un meccanismo perverso che ha già prodotto più di un decesso.


Nonostante il continuo aumento dei premi, che si conferma anche per il 2019 e che rappresenta ormai la fonte numero uno dei problemi economici delle famiglie, la politica si ostina a difendere l’iniquo sistema LAMal (la legge sull’assicurazione malattia di base obbligatoria in vigore dal 1996), fondato sul principio di una pseudo-concorrenza tra assicuratori che non porta alcun vantaggio agli assicurati. Tutte le misure “correttive” adottate negli ultimi anni e altre ancora in cantiere vanno anzi a colpire questi ultimi: si tende infatti, da un lato, nel nome della cosiddetta “responsabilità individuale”, a scaricare sempre più costi sulle spalle dei malati e dall’altro a conferire un potere smisurato alle casse (si pensi per esempio ai casi di malati gravi che si vedono rifiutare in modo del tutto arbitrario il rimborso di farmaci d’importanza vitale).

E avanti di questo passo dovremmo aspettarci, come propone l’Udc, un taglio drastico delle prestazioni di base. Una “reazione della classe politica” è stata rivendicata in occasione delle manifestazioni di protesta contro l’aumento dei premi tenutesi sabato scorso in alcune città della Svizzera romanda e a Bellinzona (complice forse una certa rassegnazione, non molto partecipate ma pur sempre dei segnali importanti!), ma è improbabile che questa arriverà. Basta visionare i legami d’interesse con i gruppi assicurativi dei parlamentari che fanno la politica sanitaria in Svizzera (lobbywatch.ch fornisce un quadro completo per ciascuno): nella competente commissione del Consiglio degli Stati hanno per esempio addirittura la maggioranza assoluta!


L’unica via percorribile appare dunque, ancora una volta, quella di un’iniziativa popolare per un cambiamento radicale del sistema dell’assicurazione malattia che anteponga gli interessi collettivi a quelli privati e che si basi su un sistema di finanziamento equo in cui ciascuno contribuisce secondo il suo reddito (una proposta in questo senso dell’Unione sindacale ticinese sarà discussa dal prossimo congresso nazionale dell’Uss).


Non deve scoraggiare il fatto che precedenti tentativi siano falliti, perché in Svizzera è stato così anche per altre importanti conquiste: si pensi all’Avs, all’assicurazione maternità o all’abbandono del nucleare.


Pubblicato

Giovedì 22 Novembre 2018

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