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La rotta “distorta” di Alitalia

di

Loris Campetti
Chi ha acquistato biglietti per volare Alitalia nelle prossime settimane, persino nei prossimi mesi, può stare relativamente tranquillo: c'è ancora qualche soldo nel cassetto dei dissennati vertici della compagnia di bandiera italiana e per ora non si corre il rischio di un suo commissariamento. C'è il tempo per passare il cerino al prossimo governo, quale che sia, quello che uscirà dalle urne lunedì prossimo. Il consiglio d'amministrazione ha garantito la "continuità aziendale sul breve termine" mettendo da parte gli ultimatum del ministro Padoa Schioppa ai sindacati, da cui il rappresentante del governo Prodi pretende una firma senza condizioni al piano di acquisizione e risanamento presentato da Air France per bocca di Spinetta. Una posizione rigida, quella di Padoa Schioppa, più rigida ancora di quella franco-olandese che alla fine ha concesso un po' di tempo per affinare la trattativa, pur mantenendo il vincolo di un assenso formale delle sette organizzazioni sindacali che operano in Alitalia.

La crisi dell'Alitalia viene da lontano, dai tempi in cui non era neppure concepibile la possibilità di fallimento di una compagnia di bandiera importante. C'è voluta la scomparsa di quella svizzera per mettere nel novero delle possibilità un esito catastrofico. E se in Svizzera una soluzione s'è trovata, in Italia una classe imprenditoriale egoista e capace soltanto di fare utile con i soldi pubblici per poi scaricare sul pubblico i debiti prodotti da gestioni disastrose non garantirebbe certo un futuro ad Alitalia. La sceneggiata patetica di Berlusconi sulla improbabile cordata italiana ha incontrato il deserto del capitalismo italiano, a partire dai figli del Cavaliere. Una crisi che viene da lontano, dicevamo, segnata dallo sperpero delle risorse pubbliche e dalla cancellazione dei voli a maggior valore aggiunto, quelli transcontinentali. La presunzione di un secondo hub a Malpensa ha contribuito a far lievitare i costi mentre gli stipendi del management facevano invidia nel mondo e mentre una delle eccellenze italiane che lavorava per le migliori compagnie aeree, la manutenzione, veniva progressivamente impoverita. Uno dei personaggi più significativi delle privatizzazioni all'italiana, Cimoli, ha fatto danni ovunque abbia messo le mani, dai treni agli aerei. Siamo all'era dei "capitani coraggiosi" di D'Alema, i Colaninno, quelli che "prendi i soldi e scappa" senza finire all'indice anzi guadagnando un seggio sicuro per suo figlio nelle liste del Pd. Berlusconi con i sogni nordisti ha iniziato lo scempio della compagnia di bandiera, Prodi e i governi di ogni colore che si sono succeduti hanno fatto il resto, con l'aggravante dell'assoluto e persino esagerato ossequio di Padoa Schioppa nei confronti dell'Europa e della filosofia liberista degli organismi finanziari. Così non si è avviato nessun risanamento e si è lasciata l'Alitalia nuda di fronte alle dure richieste odierne di Air France-Klm, che rischia di rappresentare l'unica via d'uscita dalla crisi.
I sindacati in Alitalia, come in gran parte dei trasporti, non hanno una tradizione particolarmente gloriosa: spesso corporativi piuttosto che antagonisti, presi in una logica consociativa (quanti leader sindacali hanno fatto carriera, dalla difesa dei lavoratori a un posto in cda) che ha contribuito al rigonfiamento di prezzi, organici e investimenti imprudenti. Eppure, le critiche ai sindacati arrivano oggi, nel momento in cui ragionevolmente tentano di difendere il diritto a instaurare una vera trattativa con il probabile futuro padrone, difendendo come possono i posti di lavoro, le funzioni e un po' di autonomia di quel che resterà di Alitalia. Più che i salari, il piano Spinetta mette a rischio i posti di lavoro denunciando 2'100 esuberi ma garantendo con un sistema di ammortizzatori sociali il futuro economico dei dipendenti. I più colpiti, in una chiave professionale e di futuro per la compagnia, sono i piloti che rischiano di pagare le conseguenze di quelle che si chiamano sinergie. E i sindacati, troppi e divisi, pagano gli effetti di errori passati che oggi producono persino manifestazioni di centinaia di dipendenti per chiedere la firma subito dell'accordo con i franco-olandesi, a qualsiasi condizione. Proprio quando finalmente conducono una battaglia tipicamente sindacale, le sette sigle vengono additate al pubblico ludibrio da quasi tutti i soggetti in campo, e in parte dalla stessa opinione pubblica. Un modo come un altro per scaricare ogni responsabilità, che resta politica (bipartisan) e imprenditoriale, sui lavoratori, sull'ultimo anello della catena. I 170 milioni di euro nelle casse di Alitalia, frutto della cessione di azioni Air France-Klm, e il rinvio al futuro governo di ogni decisione, danno una boccata d'ossigeno a tutti. Sapendo che di alternative alla vendita a Spinetta non se ne vedono.

Pubblicato

Venerdì 11 Aprile 2008

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