Esteri

«La rivolta dei trattori è giusta, ma sbaglia bersaglio»

Esperto di questioni agricole, il giornalista Stefano Liberti analizza la protesta degli agricoltori in Europa: «La colpa va individuata in un sistema agro-alimentare squilibrato e dominato dalla grande distribuzione»

Le campagne europee sono in rivolta. Dalla Germania all’Italia, dalla Francia alla Polonia, passando per l’Olanda e la Romania, gli agricoltori europei stanno intensificando le loro azioni contro l’aumento dell’imposta sui carburanti e contro le misure chieste dall’Unione europea (UE) per favorire la transizione ecologica. I trattori sono arrivati fino a Strasburgo, dove nell’emiciclo dell’Europarlamento si discute del presente e del futuro della Politica agricola comune (PAC). In un contesto in cui il cambiamento climatico tocca direttamente il settore agricolo, queste proteste interpellano. La colpa della loro difficile condizione è davvero delle politiche volte a favorire la transizione ecologica di un settore fortemente inquinante oppure le ragioni di un’evidente situazione di disagio vanno cercate altrove? Ne abbiamo discusso con Stefano Liberti, giornalista italiano autore di diverse pubblicazioni sul tema dell’agricoltura e del cambiamento climatico.

 

Stefano Liberti, la protesta degli agricoltori è partita in Germania ed è poi dilagata in altri Paesi d’Europa. Nel mirino vi è l’Unione europea e la cosiddetta visione green dell’agricoltura. Cosa concretamente dà fastidio agli agricoltori?

Gli agricoltori stanno vivendo un calo di reddito molto importante negli ultimi anni e hanno individuato nell’Unione europea il nemico contro cui combattere. Il motivo è che il cosiddetto Green New Deal, un pacchetto di iniziative strategiche che mira ad avviare l’UE sulla strada di una transizione verde, chiede al settore agricolo tutta una serie di vincoli e modifiche al loro modo di produrre che, secondo gli stessi agricoltori, causerà un ulteriore calo del reddito.

 

Le radici di questa diminuzione delle entrate vanno però cercate altrove. Dove?

 Le vere ragioni che hanno portato a questa protesta vanno individuate in un sistema agro-alimentare squilibrato e concentrato nelle mani delle insegne della grande distribuzione. Gli agricoltori non riescono a vendere i loro prodotti a un prezzo tale da garantirsi un reddito perché l’accesso al mercato è regolato da questa grande distribuzione che grazie alla sua forza impone ai produttori agricoli dei prezzi d’acquisto molto bassi. Inoltre, in questi ultimi tempi, i costi della produzione, dell’energia, dei fertilizzanti e dei prodotti fitosanitari sono aumentati. Vanno poi considerati anche gli effetti del cambiamento climatico che negli ultimi anni ha fatto calare la produzione e aumentare il consumo d’acqua.

 

L’agricoltura europea è fortemente sussidiata. Non bastano questi aiuti a mitigare tale situazione?

L’agricoltura occupa una parte molto importante nel bilancio europeo. Questo ha creato una situazione per cui quando levi i sussidi o quando li riduci gli agricoltori protestano. È un sistema retto dal settore pubblico che ha come contraltare proprio il fatto che il cibo costa poco. Finora attraverso i sussidi gli agricoltori potevano infatti bilanciare la perdita di reddito causata dalla vendita a basso prezzo dei prodotti alle insegne della grande distribuzione. Un basso costo che, va detto, alla fine viene pagato dai contribuenti attraverso le tasse. Oggi con l’inflazione, con i problemi del cambiamento climatico e con le nuove direttive europee questi sussidi non sono più sufficienti per un mondo agricolo che non riesce così a fare quadrare i conti.

 

In che modo la crisi climatica sta pesando sul settore agricolo?

La crisi climatica sta pesando sul settore agricolo in modo dirompente. Negli ultimi anni vi è stato un prolungarsi di siccità in tutta l’Europa meridionale con un fortissimo calo di produzione. Vi è poi il moltiplicarsi di eventi atmosferici estremi come grandinate, venti, piogge torrenziali che hanno distrutto le piantagioni e che hanno anche generato una differenza nei prodotti. La frutta ad esempio in un momento di siccità viene più piccola. È quello che sta accadendo ad esempio in questa stagione di produzione delle arance in Sicilia dove non piove da tanto tempo. Le arance sono più piccole e per questo non sono interessanti per il mercato. Questo perché i supermercati vogliono solo prodotti di un certo livello e di una certa qualità, ma anche perché bisogna rispettare alcune normative europee particolarmente severe e non più conformi alla situazione attuale.

 

 

In fondo i vincoli imposti dall’Europa e contro cui oggi i contadini protestano hanno come obiettivo proprio quello di risolvere o perlomeno mitigare tali cambiamenti. Sul lungo termine non è controproducente per gli agricoltori opporsi a tutto ciò?

L’agricoltura vive un grande paradosso. Da un lato gli agricoltori sono le principali vittime dei cambiamenti climatici e quindi dovrebbero essere quelli più interessati a portare avanti una transizione ecologica. Dall’altro sono però anche i carnefici, perché un certo tipo di agricoltura e soprattutto un certo tipo di allevamento producono tantissime emissioni e quindi sono causa importante del cambiamento climatico. Penso che in questa posizione ambivalente gli agricoltori debbano cogliere l’importanza della transizione ecologica. Il problema è che non si sentono coinvolti. Una vera transizione ecologica deve essere fatta insieme agli agricoltori e remunerando il giusto prezzo i loro prodotti.

 

Come conseguenza del cambiamento climatico, del calo di reddito degli agricoltori e dell’incapacità della filiera di trovare un equilibrio che remuneri al giusto prezzo il settore primario molte aziende agricole, soprattutto quelle piccole, sono costrette a chiudere. Come frenare questa tendenza?

La questione cruciale è come immaginare l’agricoltura del futuro. Vogliamo continuare con questo sistema che rincorre la quantità, ma non garantisce comunque un reddito agli agricoltori, oppure vogliamo un’agricoltura basata sulla qualità e che sappia remunerare il giusto prezzo? Gli agricoltori che si scagliano oggi contro le politiche verdi lo fanno perché sono costretti a inseguire un modello produttivista che premia la quantità più che la qualità e che li spinge a sfruttare i terreni al massimo per avere un minimo di reddito. Per uscire da questo paradigma occorre accompagnare anche gli agricoltori in un processo di transizione ecologica che porti vantaggio agli agricoltori stessi. Questo è un tema importante a livello europeo che merita di essere dibattuto nella prossima campagna elettorale perché è evidente che in un contesto come quello che stiamo vivendo – di tensione sociale e di crisi climatica – certe pratiche agricole non possono più continuare.

FOTO KIRILL GOLOV - Adobe Stock

Pubblicato il

08.02.2024 09:52
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