Si ammette e si spiega una realtà, si pensa a una sorta di legge perversa che va cambiata per la dignità di tutti. Si continua però imperterriti ad alimentare quella realtà, convinti che è un male  inevitabile. Fa parte delle stranezze del mondo. La realtà che si ammette è che l’ineguaglianza economica cresce ed è fatto universale. Ci si rende però anche conto che l’ineguaglianza è una ghigliottina per l’economia. Il problema sembra allora diventare, con un filo di assurdità, più economico che etico.


L’Economist, settimanale britannico ritenuto il vangelo del liberalismo economico mondiale, tempo fa dedicava un numero al tema e si diceva preoccupato per la crescita della ineguaglianza. Scriveva che un divario così esteso «riduce la mobilità sociale e compromette la prosperità futura». Sosteneva che la colpa è tanto dello Stato quanto del Mercato ed è «è compito del capitalismo dare risposte a una delle maggiori sfide del XXI secolo».


Le ricette che offriva erano ancora liberiste (quelle dominanti), temperate però da «politiche d’equità» per ridurre gli scarti: investimenti per i giovani, economie più bilanciate, fine degli appoggi alle istituzioni (banche) troppo grandi per fallire, rimozione delle rendite improduttive che sono dietro alle molte ricchezze, tasse sulle grandi proprietà e sulle eredità non per punire i ricchi ma perché servono fondi per la spesa sociale, da meglio gestire e orientare. Emergeva comunque un programma un po’ più “rivoluzionario”: spezzare finalmente il legame oligarchico tra politici e plutocrati (cronyism), investire sul futuro, trasferire ricchezza verso i poveri. Se dovessimo tradurre i punti focali di quell’avvertimento (una implicita dichiarazione di fallimento), potremmo dire: che la politica non sia più serva dell’oligarchia economica-finanziaria imperante; che la si finisca con la redditività immediata o il cortoterminismo e si recuperi la progettualità investendo sul futuro; che si pratichi maggiore giustizia ridistributiva (che si ottiene anche non penalizzando lavoro e lavoratori).


Negli scorsi giorni (9 dicembre) è apparso un rapporto sulla relazione tra ineguaglianza e crescita dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (da sempre sostenitrice del neoliberalismo) che conferma, in maniera più sostanziosa, quegli avvertimenti già manifestati tempo fa senza creare sovvertimenti. Vi si fa una constatazione, corredandola di abbondanti dimostrazioni: da trent’anni in qua non c’è mai stato un fossato così grande tra ricchi e poveri, ma il dato più preoccupante è che questo fossato sta allargandosi in forte progressione.

 

Dopo ampia analisi nei vari paesi, si arriva a una conclusione categorica: tutti i risultati dimostrano che le ineguaglianze creano conseguenze fortemente negative sull’economia, impedendone la crescita. I governi non devono quindi scegliere tra promozione della crescita e lotta contro le ineguaglianze perché solo la seconda può permettere la prima. Come? Con un’azione fiscale sui più ricchi (aumento dei tassi marginali d’imposizione, riduzione delle nicchie o facilitazioni fiscali, lotta contro la frode e l’evasione). Da quest’ultimo punto di vista l’Economist era più coraggioso, rilevando meglio le cause del trionfo dell’ineguaglianza: in particolar modo la sudditanza continua della politica nei confronti dell’oligarchia economica-finanziaria, che conduce sempre il gioco.


Pubblicato il 

18.12.14..
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