Come da tradizione, l'Associazione industriali ticinesi (Aiti) si oppone a un aumento generalizzato per i dipendenti. Se l'anno scorso poteva reggere la scusa della crisi, quest'anno gli indicatori congiunturali hanno sempre segnalato la netta ripresa degli affari. 

Cerca le differenze. Si potrebbe intitolare così il gioco del confronto tra i due comunicati dell'Associazione industriali ticinesi (Aiti) a proposito degli aumenti salariali. Nel dicembre 2009, sul finire di un anno pesantemente colpito dalla crisi economica, si spiegava che la priorità era data al mantenimento dei posti di lavoro. Di aumento generalizzato quindi neanche a parlarne.
Nel dicembre 2010 si comunica che, data la situazione economica incerta, rimane prioritario preservare i posti di lavoro. Anche in questo caso, nessun aumento generalizzato. «Eventualmente», e questo vale per entrambi i comunicati, «gli aumenti salariali potranno essere riconosciuti dalle imprese singolarmente e in base al merito». 
Un anno è passato, ma i consigli dell'Aiti per gli aumenti salariali restano gli stessi. Eppure, la situazione economica sembra diversa, radicalmente diversa.
È perlomeno quanto si desume ripercorrendo i titoli dei bollettini trimestrali sullo stato di salute delle attività manifatturiere redatti dall'Ufficio statistica cantonale.
«Un inizio anno incoraggiante», «Acquista vigore il trend positivo» per finire con il terzo trimestre «In continua ascesa»: sono i titoli riassuntivi dei primi tre trimestri di quest'anno (il quarto uscirà solo a febbraio 2011).
I grafici dimostrano che sia gli affari che l'andamento delle ordinazioni, dopo il crollo di fine 2008, sono ritornati a valori molto simili a prima della crisi.
Anche altri indicatori dimostrano che la ripresa nel settore industriale ticinese è consistente. Anche Sara Carnazzi Weber, l'autorevole analista del Credit Suisse per la Svizzera italiana, intervistata dal Quotidiano a settembre, si esprimeva così sullo stato di salute dell'economia ticinese: «L'industria, in particolare quella dell'esportazione, è uscita molto in fretta dalla crisi che ha colpito la svizzera e il mondo intero. Ci sono alcuni settori, ad esempio quello dei metalli, della farmaceutica, della fabbricazione di macchine che hanno fatto realizzare dei tassi di crescita notevoli».
Per dirla con le parole di Saverio Lurati, segretario cantonale Unia: «Per Aiti non ci sono mai le condizioni ideali: quando c'è la crisi è colpa della crisi, quando non c'è, è perché ne potrebbe arrivare una». «Eppure – continua Lurati – gli spazi per concedere aumenti ci sono. L'industria sta facendo il verso alla finanza, ragionando solo sul breve termine, sul profitto immediato invece di essere lungimiranti. Un errore. Il maggior capitale di un'industria sono i suoi lavoratori. Giusto sarebbe quindi onorare gli impegni nei loro confronti». Se i salari ticinesi non aumentano, aggiunge Lurati si corre il rischio di ampliare ulteriormente il divario tra gli stipendi cantonali e quelli del resto del paese.
L'Aiti sostiene che la crisi dello scorso anno ha costretto le imprese a utilizzare le riserve economiche accumulate, facciamo notare al segretario di Unia. «Le industrie ticinesi hanno già ricapitalizzato con la ripresa di quest'anno. Le aziende hanno anche una responsabilità sociale. Grazie agli ammortamenti straordinari di cui possono beneficiare per legge, molte hanno beneficiato di deduzioni fiscali importanti. Gli spazi di manovra per aumenti ci sono tutti».

Pubblicato il 

17.12.10

Edizione cartacea

 
Nessun articolo correlato