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L'intervista

«La riforma fiscale mira a salvare il paradiso fiscale elvetico»

di

Federico Franchini

Professore di storia all’Università di Losanna, impegnato a sinistra, Sébastien Guex sta scrivendo un libro sulla nascita del paradiso fiscale svizzero. Nel contesto della Riforma fiscale e del finanziamento dell’Avs (Rffa), su cui gli elettori svizzeri si esprimeranno il prossimo 19 maggio, area lo ha intervistato per cercare di capire come, da un punto di vista storico, la Svizzera sia diventata attrattiva per le multinazionali straniere e come le autorità elvetiche abbiano fatto fronte alle pressioni internazionali.

 

Professor Guex, quando nasce il paradiso fiscale svizzero?
È importante sottolineare che la Svizzera è il più importante e il più vecchio paradiso fiscale del mondo. La creazione di questo paradiso fiscale è antecedente alla Prima guerra mondiale e non va situata negli anni ’20 o dopo la Seconda guerra mondiale, come preteso da diversi studi. Nel 1903, a Glarona, le autorità cantonali adottano una legge che preconizza l’esenzione d’imposta alle società straniere che si insedieranno nel Cantone e che non hanno importanti attività economiche in loco. Siamo già di fronte a quelle che poi si chiameranno holding o società di domicilio. Alla base vi è una doppia idea, quella di attirare imprese da altri cantoni, in particolare Zurigo, e poi quella di attrarre società estere, in particolare tedesche, inglesi e francesi.

 

Glarona è un caso isolato?
No, nei mesi successivi le autorità di San Gallo adottano una legge simile. Nel 1911 sarà il turno di Sciaffusa. Così, già prima della Grande guerra mondiale, ci sono dei cantoni che cercano di esercitare una politica di dumping fiscale esplicitamente focalizzata verso le società estere. Già nel decennio 1890, la Camera del commercio di Zurigo volle introdurre misure simili, ma ci fu troppa opposizione politica. È così che alcuni cantoni più periferici, ispirandosi alla principale organizzazione padronale del Canton Zurigo, decidono di fare il primo passo.

 

Come oggi il Canton Vaud?
Sì, Vaud cerca di prendere velocità con la messa in atto della sua riforma cantonale. Più gli altri cantoni ritardano l’adozione delle loro riforme, più le autorità vodesi sono contente. È la logica infernale della concorrenza intercantonale che fa sì che se il Canton Ginevra aspetta ancora qualche anno per mettere in atto la sua legge fiscale diverse imprese potranno stabilirsi sulla parte vodese del lago Lemano. Tutto di guadagnato per le autorità vodesi contro le autorità ginevrine a detrimenti delle fasce popolari degli Stati da dove arrivano queste imprese.

 

All’epoca come le società straniere accolgono la nuova legge a Glarona?
Glarona avrà molto successo. Già prima del 1914 una decina di società si stabilirà nel Cantone. Una di queste farà scorrere molto inchiostro sulla stampa internazionale. È la prima volta che le grandi potenze si arrabbiano a causa del dumping fiscale esercitato dalla Svizzera. Si tratta della Società di finanziamento della costruzione della famosa Bagdad-Bahn. Per riassumere, le grandi società finanziarie ed elettriche tedesche, e francesi, volevano costruire una linea ferroviaria che collegasse Istanbul all’Asia. Un enorme progetto imperialista. Ora, la società che si occupa di finanziare questo progetto non si insedia a Berlino o Parigi bensì a Glarona. Di colpo i grandi giornali internazionali s’interrogano sulle ragioni di questa scelta e sottolineano che Glarona è una sorta di paradiso fiscale su scala internazionale.

 

In seguito, quale è l’evoluzione del paradiso fiscale elvetico?
Negli anni ’20 vi è un periodo di sviluppo importante. Poi, vi è una certa calma negli anni ’30 e durante la Seconda guerra mondiale. Alla fine del conflitto diversi cantoni, in particolare Zugo, cominciano a rivalizzare con Glarona. Zugo avrà molto successo negli anni 60/70 con l’insediamento di decine di società di domicilio. A partire dagli anni ’80 quasi tutti i Cantoni cominciano ad offrire dei privilegi alle imprese, soprattutto sotto forma di esenzioni fiscali. Ossia degli accordi fatti tra le autorità cantonali e le imprese che permettono a queste ultime di non pagare imposte (o di pagarne poche) per un certo numero di anni, spesso dieci ma anche di più. Uno dei Cantoni che spinge più in là queste politiche è Vaud. Tali misure sono una delle ragioni del fatto che centinaia di imprese straniere sono venute a insediarsi in Svizzera.

 

E l’opposizione straniera al paradiso fiscale svizzero quando comincia?
Dall’inizio! Vi sono già delle critiche precedenti alla Prima guerra mondiale anche se il termine paradiso fiscale non è ancora utilizzato. All’inizio le critiche sono più focalizzate verso la fuga di capitali appartenenti a delle persone fisiche piuttosto che contro la delocalizzazione delle imprese. Le banche svizzere si specializzano infatti nella gestione delle fortune dei ricchi stranieri. Cercano d’incoraggiare la borghesia e la nobiltà di questi Paesi a eludere le tasse interne trasferendo i loro beni mobiliari in Svizzera. Nel 1907, la Francia adotta un’iniziativa ufficiale per ottenere che la Svizzera firmi un Trattato che oggi chiameremmo d’assistenza amministrativa per permettere lo scambio automatico d’informazioni fiscali.

 

Delle critiche, quindi, piuttosto verso il segreto bancario?
Si, ma molto rapidamente, dalla fine della Seconda guerra mondiale, i governi stranieri si preoccupano dello spostamento delle società verso il paradiso fiscale elvetico. Dopo la Seconda guerra mondiale, sono soprattutto le autorità americane che cercano di combattere il paradiso fiscale svizzero. Ma siccome gli è difficile ottenere dei successi direttamente sul piano fiscale, cercano di aggirare la difficoltà criticando i dirigenti elvetici su altri piani, per esempio sul loro ruolo nel riciclaggio di denaro e d’ottenere così l’assistenza in materia fiscale. Ma, nonostante la loro potenza, le autorità americane non hanno un grande successo e non riescono a vincere la battaglia contro la Svizzera.

 

Per anni la Svizzera è riuscita a resistere alle pressioni internazionali in merito al segreto bancario e agli statuti fiscali speciali. Poi, negli ultmi dieci anni, il ridotto elvetico sembra essersi sgretolato. Ma è davvero così? E quando cambiano i rapporti di forza?
La crisi finanziaria ed economica del 2008/2009 costituisce un punto di svolta. Ormai gli Usa non sono più i soli a esercitare le pressioni: si aggiungono infatti quelle dell’Ue e dell’Ocse. D’altra parte, le grandi banche svizzere sono molto fragilizzate dalla crisi, l’Ubs è sull’orlo del fallimento. Infine, molte banche elvetiche, con in prima fila ancora Ubs che aveva condotto una politica d’aiuto alla frode fiscale particolarmente aggressiva negli anni ’90 e Duemila, sono prese con le mani nel sacco, come lo ha dimostrato l’affare Birkenfeld. I dirigenti svizzeri sono dunque obbligati a fare delle concessioni, per esempio firmando degli accordi che istituiscono lo scambio automatico d’informazioni.

E poi si arriva agli statuti fiscali speciali e alle varie riforme come la Rffa. Sotto questo aspetto, la Svizzera ha ceduto?
In apparenza. Le autorità svizzere sanno che devono cedere sugli statuti fiscali, sotto la minaccia di sanzioni. Perciò hanno messo in atto la Rffa. Da una parte si realizza la più grande diminuzione d’imposta sull’utile mai realizzata in Svizzera. D’altra parte s’introduce al posto dei vecchi statuti dei nuovi privilegi fiscali ancora tollerati – ma per quanto tempo? – dall’Ue e dall’Ocse, come la patent box, la deduzione supplementare per la ricerca e lo sviluppo e la deduzione degli interessi nozionali.

La Rffa rinforzerà quindi lo statuto di paradiso fiscale della Svizzera?
Sì, è l’obiettivo. Agli inizi degli anni Duemila, le organizzazioni padronali delle multinazionali svizzere – economiesuisse, Swissholdings, l’Associazione Svizzera dei Banchieri – fanno un accordo con l’Unione svizzera delle Arti e dei Mestieri (Usam). In un primo tempo, esse apportano il loro sostegno alla Revisione dell’imposizione delle imprese II (Rii II) della quale  beneficiano essenzialmente i proprietari delle piccole e medie imprese. In un secondo tempo, una volta la Ri II adottata, l’Usam sosterrà la riforma fiscale che andrà a vantaggio delle grandi società. A partire da questo momento è quindi prevista una terza riforma dell’imposizione delle imprese – l’attuale Rffa – che aumenta l’attrattività del paradiso fiscale svizzero da un punto di vista delle multinazionali. Dal 2003, i fautori di questa riforma hanno ripetuto in innumerevoli occasioni che si tratta di rinforzare l’attrattività del paradiso fiscale svizzero. Sono soltanto i dirigenti del Partito socialista svizzero che pretendono il contrario...

Già, poiché vi è la questione del finanziamento dell’Avs...
Per giudicare l’aspetto dell’Avs nella Rffa basta ricordare il motto: «Ti offro un regalo, ma sei tu che lo paghi»...
               

Pubblicato

Mercoledì 17 Aprile 2019

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