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La ricchezza non appartiene a chi la produce

di

Giuseppe Dunghi
Il bravo municipale socialista è quello che fa spendere molto al suo dicastero impiegando granito ticinese nella pavimentazione delle strade, dando lavoro alle imprese locali e mantenendo posti di lavoro in Ticino, oppure quello che fa spendere poco al suo dicastero perché compra il granito in Cina e riduce il moltiplicatore facendo pagare meno tasse ai lavoratori? Questo è il dilemma che scuote la parte meridionale del cantone dopo che si è esaurita, con la vittoria del Magnifico Borgo, la disputa se costruire il casinò a Chiasso o a Mendrisio. E il libro Il Canton Ticino e la sua terra, edito con il sostegno del Dipartimento delle finanze e dell’economia, è meglio che sia stato stampato in Italia facendo risparmiare un po’ di soldi ai contribuenti oppure doveva essere stampato da noi per mantenere il posto di lavoro ai tipografi ticinesi? Il buon senso suggerirebbe che il lavoro genera ricchezza e a sua volta la ricchezza dovrebbe riversarsi sui lavoratori sotto forma di nuove commesse di lavoro. E nel nostro caso, siccome il sostegno finanziario governativo proveniva dai contribuenti di questo cantone, la commessa sarebbe dovuta essere conferita a un’impresa ticinese. L’alleanza dei produttori al posto della lotta di classe. Invece coloro che la lotta di classe la stanno facendo davvero, ossia il nostro governo sostenuto da partiti interamente acquisiti all’ideologia liberista, come del resto tutti i governi europei, ragionano in maniera diversa: il lavoro deve generare povertà o essere contiguo alla povertà, insomma è meglio che sia svolto nei paesi poveri, e la ricchezza non appartiene a chi l’ha prodotta ma a chi ha ricevuto da Dio la scintilla dell’“intraprendere”, cioè i titolari dei conti nascosti nelle fiduciarie di Lugano e Zurigo, nelle Anstalten di Vaduz o in altre società offshore. Ogni quattro anni gli elettori ticinesi danno la maggioranza assoluta alle forze politiche che sostengono la necessità degli sgravi fiscali. Ora, per realizzare gli sgravi fiscali “a vantaggio del ceto medio”, bisogna risparmiare in tutti gli ambiti in cui è possibile farlo. Dunque, se si compra il granito in Cina e si stampano libri in Italia questo avviene perché nell’opinione pubblica è largamente maggioritaria la convinzione che sia preferibile pagare meno tasse piuttosto che avere dei diritti come lavoratori. Ci sarebbe una via di uscita da questo circolo vizioso. Se la Cina, su pressione delle organizzazioni dei lavoratori di tutto il mondo, adottasse gli stessi standard di sicurezza e lo stesso livello di stipendi che vigono in Europa, il granito cinese avrebbe un prezzo che scoraggerebbe l’esportazione e verrebbe utilizzato soltanto là dove una sensata politica di rispetto per l’ambiente consiglierebbe, cioè non lontano dai luoghi di estrazione. Allo stesso modo, se lo stipendio dei tipografi italiani venisse raddoppiato, essi sarebbero felici, lavorerebbero meglio e si darebbe nuovo lustro all’arte tipografica italiana, celebre nei secoli passati. I nostri imprenditori a quel punto non troverebbero conveniente far stampare in Italia. E il Primo Maggio potrebbero guardarsi negli occhi i lavoratori ticinesi, i lavoratori italiani e i lavoratori cinesi.

Pubblicato

Venerdì 23 Maggio 2003

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