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Züri brennt

La ribellione

Movimento giovanile: vent’anni fa Zurigo bruciava

di

Sergio Agustoni

Vino bianco e hot-dog offerti dal direttore dell’Opera Alexander Pereira; una sfilata di corpi nudi sotto la pioggia; le canzoni dei The Bucks, il gruppo punk di culto della Bewegig. Sono stati gli ingredienti dell’happening ironico e conciliante che, il 30 maggio scorso, ha celebrato il ventesimo anniversario del movimento giovanile. All’inizio degli anni Ottanta, un’esplosione di rabbia, espressività e irriverenza incendiò Zurigo ed ebbe eco in tutta Europa. Fu il primo segnale violento e creativo delle spaccature e delle trasformazioni, che poi avremmo identificato come un salto di paradigma verso l’invenzione di un nuovo linguaggio, espressione delle contraddizioni della società postfordista e di una concezione ampia della «nuova economia».

 

Gli anni della rivolta

La rivolta del 1980-81, per degli spazi alternativi autogestiti, rompeva definitivamente con l’asfissia politica e culturale degli anni Settanta: contro i crediti alla cultura ufficiale, contro il cemento nei cervelli e il ghiaccio dei cuori, secondo la terminologia di allora. Il potere era nelle mani di un ceto partitico ancora impregnato del clima della guerra fredda, ciecamente votato ad una politica paranoica nei confronti della contestazione sociale e giovanile. La sinistra extraparlamentare languiva, dopo l’avventura intellettuale «globale» del ’68 e la stagione eccitante dei movimenti antinucleare e contro lo sviluppo urbano capitalista. Da una parte i settarismi gruppettari e (o) le derive militariste; dall’altra la lunga marcia nelle istituzioni di molti esponenti, anche del movimento del ’68,estranea all’emergenza di nuovi contrasti sociali. La contro-cultura perseguita dal «movimento» e la sua volontà d’autodeterminazione gettavano definitivamente alle ortiche quel contratto produttivo, sociale, politico e repressivo che era stato alla base della Svizzera taylorista e fordista: una Svizzera prospera e inclusiva, ma autoritaria, xenofoba e nemica della diversità. Proprio partendo dalla frammentazione del corpo sociale, dalla precarizzazione del pianeta giovani e dall’esigenza di espressione libera e in prima persona dei propri bisogni, la Bewegig ha prodotto un nuovo linguaggio.

Nel momento più felice dell’Ajz (il centro giovanile autonomo della Limmatstrasse), i giovani hanno dato prova di un’enorme creatività politico-mediatica: giornali dalla grafica innovativa e dai contenuti graffianti, radio e tv clandestine; una gestione dissacrante della propria immagine pubblica nei media ufficiali. Ma altrettanto significativo è stato il contributo culturale (musica, video - si pensi al famoso Züri brennt -, cinema, grafica, arti plastiche, design, ecc.) e sociale (la nascita delle prime istituzioni autogestite del lavoro comunitario e assistenziale). L’auto- imprenditorialità è presto sfociata in iniziative culturali e produttive autonome, e nell’assunzione della gestione del settore alternativo, conquistato con le lotte e puntualmente riconosciuto dalle autorità (Rote Fabrik, il cinema Xenix, ecc.).

 

La società e le inquietudini

Il movimento, proclamando l’estraneità allo stato, contrattava tuttavia direttamente la soddisfazione dei suoi obiettivi; realizzava così paradossalmente la faccia liberatoria della medaglia di quello che il neoliberalismo indicava con lo slogan «meno stato, più libertà». I settori giovani del partito socialista cittadino, che si posero come garanti dell’esperienza in opposizione agli stessi municipali del Ps, subirono un vero linciaggio politico. Dopo la vittoria estemporanea della destra nel 1982, fu proprio l’esperienza maturata a contatto con i problemi e i settori irrequieti della società a fornire, in seguito, parte della legittimità della maggioranza rosso-verde, che regge tuttora la città. Furono mesi di dimostrazioni - anche violente e tragiche - di ferimenti, arresti e processi di massa, di danni ingenti. Zurigo fu il detonatore di una rivolta urbana che coinvolse anche Basilea e Berna (non Ginevra dove la politica liberale delle autorità seppe in certo qual modo anticipare le richieste giovanili);ebbe echi straordinari pure all’estero, diventando come nel ’68 un movimento ribelle «globale ».

 

Gli indiani metropolitani

Più che le pietre dei «Chaoten», fu il sarcasmo dei giovani «indiani metropolitani» a ferire profondamente il ceto politico zurighese. Nelle rievocazioni di questi giorni, i responsabili della politica sociale e culturale e delle forze dell’ordine hanno dimostrato quanto ancora oggi siano incapaci di capire le radici profonde dell’insorgenza di un’agitazione tanto irriducibile. E pensare che proprio le lezioni degli avvenimenti di allora avrebbero,anni dopo, portato ad una svolta, per esempio nella politica della droga: un fenomeno di massa, nato dalla disgregazione familiare e sociale, che cominciò a manifestarsi in quei mesi e che fu una gravissima ipoteca sullo sviluppo dell’esperienza dell’Ajz. Le Fixerstübli, la distribuzione controllata d’eroina, l’inquadramento dei tossicomani sono in fondo un’eredità del movimento.

 

Che cosa resta?

Cosa resta della Bewegig? Apparentemente poco o nulla, perché i suoi artefici non hanno compiuto carriere spettacolari come i loro colleghi del ’68. Tuttavia essi costituiscono una sorta di trama - una «rete» virtuale e intersoggettiva - dentro le esperienze comunitarie, culturali e imprenditoriali, che hanno trasformato Zurigo da una città provinciale e freddolosa in una piccola metropoli innovativa ed estroversa. Certo nelle pieghe del tessuto urbano zurighese restano sacche dolorose di disagio ed emarginazione; inoltre la nuova destra continua la sua campagna demagogica per erodere le istituzioni pubbliche e semi-pubbliche dello stato sociale; ma la consapevolezza dei problemi esistenti è un dato acquisito. È stato il movimento a tematizzare l’uso delle aree industriali dismesse, dapprima illegale poi tollerato; oggi una miriade di progetti legati alla ristorazione, all’intrattenimento (si pensi alla scena dei Raves e Partys,fino alla Street Parade), all’ambito culturale e soprattutto al mercato dell’alloggio (con realizzazioni private ma anche cooperative) sono le nuove frontiere dello sviluppo urbano. Dalla gastronomia - passando attraverso le nuove tecnologie, la consulenza nei campi dell’agire sociale, sindacale, solidale - alla comunicazione, la grafica, la moda, il lavoro artistico, gli ex della Bewegig sono una componente importante e socialmente responsabile della tanto declamata «nuova economia», anche se non accedono necessariamente all’olimpo borsistico. Piuttosto rischiano costantemente l’omologazione e di farsi espropriare dei frutti di un’elaborazione collettiva e in rete. Il rogo degli inizi degli anni Ottanta non ha soltanto sconvolto la Zurigo benestante, ma ha bruciato fino alla distruzione anche tante energie e vite giovani. Eppure la contrapposizione violenta di quei mesi ha generato un atteggiamento politico più aperto nei confronti delle minoranze, e soprattutto ha sprigionato una complessità e una ricchezza culturale oggi irrinunciabili per tutti. La battaglia per uno «spazio pubblico» di dialogo e iniziativa non è però mai terminata.

Pubblicato

Mercoledì 16 Settembre 2020

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