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Dietro lo specchio

La responsabilità sociale non sia un optional

di

Ferruccio D'Ambrogio

Risultati aziendali positivi e lauti dividendi, intercalati ad annunci di soppressione di posti di lavoro suscitano incomprensione e irritazione crescente presso parte della popolazione.
Le spiegazioni fornite dal management delle imprese sono sostanzialmente una fotocopia: assicurare competitività sul mercato (abbassare i costi, aumentare la produttività) per garantire un futuro (sostenibilità). Parrebbe che non ci sia altra via. Comunque il mercato e le analisi degli specialisti di rating non fanno che premiare tale strategia. Come spiega David Young, della Boston Consulting Group: «Quando una società annuncia importanti licenziamenti, il valore delle azioni aumenta, e la maggior parte degli analisti e degli imprenditori considera una saggia decisione utilizzare i profitti record per ricomprare le azioni della società».


I dati macro-economici positivi quali Pil, produttività, redditività e tassi disoccupazione, celano tuttavia una realtà meno ottimista, anzi stridente: la precarietà dilagante. In Svizzera cresce il numero delle persone che hanno un doppio lavoro per campare (oltre 350.000) o altre costrette ad accettare contratti tramite agenzie interinali o altre forme di lavoro atipico (alla “Uber” o crowdworking tramite internet). Figurano come occupati, ma stentano a sbarcare il lunario.
I licenziamenti, anche se accompagnati da generosi piani sociali, e l’esternalizzazione del lavoro sopra descritta sollevano la questione della responsabilità sociale delle aziende verso le persone, il territorio e il paese che le ospita.


L’imprenditore attento alla sostenibilità dell’azienda è consapevole che le competenze del personale costituiscono l’elemento strategico e promuove l’aggiornamento per adeguarle alle necessità dell’organizzazione del lavoro della propria ditta. Non è il caso di tutte le aziende, neanche di quelle grosse e solide. In caso di licenziamenti, soprattutto per over 40 con qualifiche intermedie diventa arduo ritrovare un nuovo job. Peggiore, anzi drammatica la situazione per gli interinali, i lavoratori atipici, lasciati letteralmente in balia di sé stessi per quanto riguarda l’aggiornamento professionale necessario per rimanere agganciati al mondo del lavoro che evolve.


La forza del capitalismo sta nell’inventare nuove forme per aggirare le difficoltà: in questo caso scaricando parte di costi che gli competono sulle spalle dello stato o sui lavoratori che utilizza con contratti atipici.


Young, pur sempre fautore di un’economia di mercato, ritiene che le aziende responsabili debbano investire in una crescita di creazione di posti di lavoro. Propone una sorta di vademecum destinato a manager e strateghi aziendali per realizzare la sostenibilità e, al contempo, anche la responsabilità sociale verso la società:
a) testare la competitività e l’organizzazione dell’azienda se il piano operativo non prevede la creazione di posti di lavoro;
b) cogliere l’orientamento del lavoro futuro: quali saranno le competenze e le capacità richieste, assicurando programmi di formazione per acquisirle;
c) compensare la riduzione d’organico creando altri posti di lavoro nello stesso mercato con servizi e prodotti ad alto valore aggiunto;
d) premiare i manager che creano posti di lavoro, smettendo di farlo con quelli che perseguono la strategia della soppressione;
e) sensibilizzare investitori, analisti e azionisti sui vantaggi di allestire piani di lavoro che prevedano la creazione di posti di lavoro.


Nulla di rivoluzionario, ma almeno un passo da parte delle aziende e del loro management di non considerare la responsabilità sociale un mero optional.

Pubblicato

Mercoledì 12 Settembre 2018

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