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La resistenza dei «sans papiers»

di

Alvaro Baragiola
Dopo la grande manifestazione del 24 novembre a Berna, che vide la partecipazione di circa diecimila «sans-papiers» e «con-papiers» solidali, sembra farsi strada una repressione sempre più intensa. Alla più grande manifestazione nazionale sul tema degli stranieri mai vista in Svizzera, fecero seguito le prese di posizione di governo e camere federali. Divisa tra gli ostili, gli xenofobi e gli indifferenti, la maggioranza di destra si ritrovò unita per chiudere la porta: «Siete tanti a restar fuori? Noi siamo di più, e quindi abbiamo ragione». Dietro la porta della legalità, restano tra i 150 ed i 300mila sans-papiers, con storie ed origini le più diverse, ma con in comune il fatto di lavorare per salari di fame ed in orari e condizioni di lavoro illegali. A tacitare le preoccupazioni umanitarie che questa politica dello struzzo solleva, la ministra di polizia Ruth Metzler disse di voler lasciare uno spiraglio aperto per i «casi di rigore». Così, per selezionare i casi singoli da eventualmente rivedere, le autorità hanno messo mano alle liste collettive presentate dagli stessi sans-papiers che avevano osato mostrarsi alla luce del sole. Risultato: nessuna notizia di casi di regolarizzazione, e molte invece di arresti ed espulsioni. Allarmi ed appelli alla mobilizzazione si susseguono in particolare nei Cantoni dove dei collettivi di sans-papiers si sono organizzati. A Friburgo per esempio la polizia si è appostata davanti al luogo occupato di sans-papiers e alle 6 di mattina ne ha imprigionati due che come ogni giorno si recavano al lavoro. O a Thun, dove un membro del collettivo dei sans-papiers è stato arrestato alla stazione. O ancora a Losanna, dove anche uno scolaro di 12 anni è stato preso all’uscita da scuola, o a Ginevra, dove si conta una decina d’arresti negli ultimi giorni. Fatti che ogni volta rivelano casi emblematici. Come quello di Istrefi Idriz, arrestato a Friburgo, un vero e proprio «prodotto» dei meccanismi di dis-integrazione della legge: era in Svizzera da 15 anni: dapprima bracciante al nero, poi operaio di fabbrica con permesso di breve durata, poi stagionale per la stessa impresa, che lo impiega anche dopo che non ha più uno statuto legale. O quello di Sidy, anche lui espulso, che mostra come siano applicate le regole per i «casi di rigore»: il senegalese era in Svizzera da più di 7 anni, attivo come giornalista, insegnante all’Università e traduttore, diventa sans-papier in seguito a divorzio dalla moglie svizzera. I criteri ufficiali: 1. almeno quattro anni nel paese, 2. integrazione sociale e professionale, e 3. salute non adeguatamente curabile nel paese d’origine, erano per Sidy riuniti cumulativamente, essendo lui malato di malaria. Il risultato politico di questo agire, è di confermare la posizione di chi dice che la sola via possibile è la regolarizzazione collettiva. Poiché è letteralmente impossibile dire che qualcosa sia cambiato con le regole dei «casi di rigore». D’altro canto, dopo nove mesi di lotta, molti sans-papiers vorrebbero tentare la via individuale del permesso. Con il rischio di espulsione, sì. Ma solo un ingenuo può credere che un espulso che viene scaricato all’estero, con ancora indosso gli abiti da lavoro e senza un centesimo in tasca, non torni qui. Può essere un gioco di facciata delle autorità, questa maniera di mostrarsi «rigorosi». Ma nel movimento di sostegno la preoccupazione si è concretizzata in iniziative. Un Vademecum è stato preparato dal collettivo vodese in diverse lingue: informazioni legali perché i «clandestini per necessità» sappiano come reagire in caso di arresto. Ancora a Losanna, una «carta di legittimazione» per sans-papiers ha suscitato discussioni, poiché il documento viene firmato da personalità politiche, artistiche e dell’amministrazione. Analoghe iniziative si svilupperanno probabilmente in altri Cantoni. A Berna, una delle manifestazioni contro l’arresto di un membro del collettivo dei sans-papiers ha avuto un esito particolare. Riunite in canti e balli davanti alla centrale di polizia, una quarantina di persone protesta per la detenzione di Sherif, kurdo che se espulso rischierebbe davvero la vita. Quando se ne vanno, ritirando lo striscione davanti alla telecamera, la polizia scopre che Sherif non è più in cella. Il vetro blindato è stato rimosso, e le sbarre segate col più vecchio sistema del mondo. Il gruppo, denominato «Diritti dell’uomo, subito!», dichiarerà di avere in comune col collettivo dei sans-papiers solo la gioia di questa liberazione.

Pubblicato

Venerdì 22 Febbraio 2002

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