Dobbiamo accettare che i nostri salari vengano diminuiti e l’orario di lavoro aumentato? Dobbiamo allentare la protezione dell’ambiente per far quadrare i conti pubblici e quelli delle imprese? Molti politici ci spiegano che è la globalizzazione ad imporci tutti questi sacrifici. Ma la globalizzazione è ineluttabile come uno tsunami? Penso proprio di no. La globalizzazione è cominciata mezzo millennio fa con la scoperta dei nuovi continenti da parte di arditi navigatori. In seguito imprenditori svizzeri hanno venduto, perfino nelle isole del mare del sud, stoffe con colori e decorazioni copiate dai panni originali degli indigeni. Certo, nel frattempo la globalizzazione è cambiata con l’elettronica che trasmette testi, immagini e suoni in tempo reale nei quattro angoli del mondo e con i trasporti aerei. Ciò non toglie che si possa gestire la globalizzazione, imponendo delle regole, possibilmente a livello globale e continentale, o in diversi settori, anche a livello nazionale – anziché tirare i remi in barca. I discendenti di quelli che hanno creato e plasmato il nostro Stato federale, i partiti borghesi, vogliono abdicare al loro ruolo di guida nel modellare la nostra società. Invece di insistere su certe regole nei rapporti tra economia, Stato e società, la maggioranza dei politici borghesi sono disponibili a realizzare supinamente le richieste dell’economia: abbassare le imposte, deregolamentare i mercati, alleggerire la protezione dell’ambiente. Il gran parlare di deregolamentazione ha effetti devastanti anche nello Stato e nelle sue aziende: svanisce la volontà di modellare la nostra società, di difendere una visione democratica e sociale dello Stato. Un esempio recente: la deplorevole decisione del capo di Ffs Cargo, Daniel Nordmann, di sopprimere seicentocinquanta posti di lavoro entro l’estate e di dimezzare i punti di raccolta di vagoni merci. Per un risparmio di 85 milioni all’anno Ffs Cargo rinuncia ad uno dei capisaldi della politica dei trasporti, cioè al trasferimento delle merci dalla strada alla rotaia. Come se non bastasse che Nordmann, un ex segretario dell’Unione sindacale svizzera, agisca da contabile, senza visione d’insieme, questa politica rinunciataria viene pure sostenuta dal Dipartimento del consigliere federale Moritz Leuenberger. Ma adesso insorgono l’economia e alcuni politici contro il parziale smantellamento di Ffs Cargo. Di un altro strumento di controllo vuole disfarsi lo stesso Consiglio federale: propone di abolire la Lex Koller. Una mossa giusta, in principio, poiché non cambia niente se una casa secondaria appartiene ad uno straniero o ad uno svizzero. Ma il Consiglio federale si promette una crescita nell’edilizia e non si preoccupa del fatto che l’aumento a dismisura delle residenze secondarie nelle zone turistiche più belle mette in crisi il settore alberghiero e spinge alle stelle i prezzi per terreni e case. La Confederazione si ritira e lascia i cantoni a decidere se frenare la crescita selvaggia.

Pubblicato il 

11.11.05

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