In tutte le società, attività lavorativa ed esperienza religiosa costituiscono da sempre un binomio complesso, dinamico e potenzialmente soggetto a tensioni. Qualsiasi tradizione religiosa propone considerazioni sulla realtà del lavoro, valutandola in maniere diverse a seconda dei punti di vista. Perciò il fatto di lavorare può essere considerato una benedizione oppure una punizione, un mezzo per promuovere la dignità umana o un impedimento nell’autorealizzazione dell’individuo o della collettività, e così di seguito. In sostanza, le religioni s’interrogano sul senso, sullo scopo e sul modo di guadagnarsi da vivere, affermando in genere che esso è un mezzo più che un fine. In altre parole, le religioni ritengono che il lavoro è al servizio dell’essere umano e non il contrario. La vita terrena non si riduce all’occupazione retribuita o no. Tuttavia, simili riflessioni non sono prerogative delle correnti spirituali, in quanto nel corso dei secoli sono stati elaborati diversi modelli descrittivi e analitici del mondo del lavoro anche, per così dire, laici o senza un preciso riferimento religioso. A dire il vero, si può riconoscere nell’età moderna la rivendicazione di parametri non sacri per giudicare il valore dell’azione umana. È come se religione e lavoro fossero ritenute entità nettamente distinte e persino contrapposte. Il fatto è che, sul piano ideologico, le istituzioni religiose sono state spesso stimate come degli organi di dominio sulle singole persone e sulla società. Da qui è sorta la necessità di liberare dal loro controllo qualunque aspetto del vissuto umano, quello lavorativo compreso. Tale processo di emancipazione ha avuto, non da ultimo, come conseguenza la graduale separazione delle classi lavorative dalle Chiese. Senza falsi pudori, va riconosciuto che, in questo ambito come in altri, ogni scuola di pensiero segue prospettive specifiche: ad esempio quella cristiana tendenzialmente differente dalla marxista, dalla fordiana o dalla neoliberale. Eppure tutte hanno a che fare con il lavoro. Ma si tratta qui di riconoscere gli elementi portanti del discorso e gli stimoli per l’oggi. In una società che si vuole pluralista e aperta, più che l’opposizione si preferisce la ricerca di una nuova sintesi, sulla base della diversità delle opinioni e dei modi di vedere. È forse strano a dirsi, ma il ritrovato interesse per il religioso s’inserisce in questa logica in un certo modo universalista. Si spiega così il motivo per cui, a cominciare dalla presente edizione, si trova una rubrica che prenda spunto dalla religione (o, se si vuole, dalla spiritualità o dalla trascendenza) per brevi commenti su fatti di cronaca, pareri o situazioni di vita. La sfida che ci prefiggiamo è di mostrare che è possibile, anzi è inevitabile, una critica sociale in chiave religiosa.

Pubblicato il 

23.08.02

Edizione cartacea

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