Gli studenti occupano la Sorbona, invadono i boulevards. Seguono le università e i licei di tutta la Francia. I sindacati manifestano con gli studenti. La storia, però, non si ripete, non è il ‘68. I giovani non si battono per l’“immaginazione al potere”. Dopo i loro coetanei delle banlieues, in rivolta contro l’esclusione e i pregiudizi razziali, gli studenti protestano duramente contro una discriminazione generazionale, il “contrat première embauche” (Cpe). È un contratto di lavoro riservato ai minori di 26 anni. L’impiego è a tempo indeterminato, con due anni di “prova”: la disdetta può essere data con un preavviso di 2 settimane all’inizio del biennio, di due mesi alla fine, senza motivazioni. Le grandi manifestazioni hanno già conseguito un risultato: Chirac ha annunciato che il periodo di prova sarà ridotto a un anno e la disdetta dovrà essere motivata. Tanto rumore per cosi poco? – siamo tentati di dire dall’osservatorio svizzero. Il nostro codice delle obbligazioni prevede la disdetta del rapporto di lavoro con sette giorni di preavviso nel primo mese (mese di prova), con un mese di preavviso nel primo anno, con 2 mesi dal secondo al nono, con tre mesi solo dal decimo anno! La disdetta deve essere motivata, ma su richiesta. Può essere contestata solo se è “abusiva”. Se lo fosse, non sarebbe però nulla: il datore di lavoro dovrebbe solo versare un indennizzo. Questa normativa (migliorabile con i contratti collettivi di lavoro) vale per tutti, per i giovani al primo impiego come per i lavoratori maturi con figli a carico. Non discrimina nessuno… È evidente che il Cpe è la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Dice un osservatore qualificato (specialista in analisi d’opinione): «Le reazioni contro il Cpe traducono una reale angoscia di fronte al vuoto di futuro». È ciò che unisce la rivolta delle banlieues a quella dei boulevards. 20 per cento di chi ha meno di 25 anni è disoccupato (40 per cento dei senza qualifica). 70 per cento delle assunzioni sono a tempo determinato. Ancora peggio: invece di un impiego, ai giovani diplomati le imprese offrono “stages” a 500 euro al mese. I titoli di studio sono svalutati: molte assunzioni di laureati sono per compiti che non richiedono formazioni lunghe. Studi più impegnativi non assicurano retribuzioni migliori e non scongiurano la disoccupazione. Il pessimismo della nuova generazione è alimentato anche dall’esperienza indiretta della disoccupazione, quella dei genitori (tasso di disoccupazione da decenni attorno al 10 per cento). «Le prospettive del nostro modello economico – dice l’osservatore già citato – suscitano molti interrogativi». E osserva che i giovani diplomati «condividono una forte sensibilità verso le ineguaglianze, la povertà, l’esclusione sociale». Non solo la lotta al Cpe dunque. Neppure quella per l’“immaginazione al potere”. L’obiettivo è la “giustizia sociale al potere”: ed è già molto ambizioso!

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07.04.06

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