Cinque anni fa era la primavera dell'arcobaleno. Incombeva la guerra in Iraq, ma nel contempo le strade e le piazze del mondo intero si riempivano di una moltitudine inattesa e insperata, unita dietro i colori della bandiera arcobaleno per dire di no alla guerra. A cinque anni da quelle sorprendenti mobilitazioni è chiaro a tutti che chi si schierò per il no alla guerra aveva visto giusto, anche se il peggio non era stato in grado di immaginarlo: non immaginò quanto spudorate fossero le menzogne per giustificare l'intervento armato, non immaginò le torture del carcere di Abu Ghraib, non immaginò il sistematico ricorso ad attentatori suicidi come arma di guerra, non immaginò il rapido diffondersi degli eserciti privati a difesa degli interessi particolari per i quali la guerra in Iraq è stata finanziata.
Tutto questo e molti altri orrori cinque anni fa non fu possibile immaginarli, anche se è iscritto nella logica della guerra che all'orrore non c'è fine: per quanto sorprendenti nel loro manifestarsi, tutte le derive della guerra sono ampiamente prevedibili. Tuttavia il movimento pacifista aveva avuto ragione: la "guerra preventiva" in Iraq non solo non era giusta, nel senso che non c'era nessuna ragione morale perché gli Stati Uniti e i loro alleati la combattessero, ma era pure totalmente sbagliata, nel senso che nessuna causa seppur nobile per la quale si fosse combattuto avrebbe potuto giustificare gli anni di distruzione e morte che abbiamo vissuto. Eppure oggi sul fronte degli sconfitti di questa guerra parrebbero esserci anche il movimento pacifista e le ragioni della pace. Come se l'esser stati sopraffatti dall'urlo dei cannoni avesse tolto argomenti alla voce della ragione. Il movimento pacifista aveva visto giusto, ma è scomparso come soggetto politico e le sue idee sono state bandite – predomina la logica rassegnata della guerra permanente, della guerra come normale strumento per regolare i rapporti di forza a livello internazionale e decidere del controllo delle risorse.
A posteriori è allora lecito chiedersi che cosa fosse quel grande movimento pacifista di cinque anni fa, quale convinzione etica e politica lo guidasse. Era indubbiamente un movimento variegato e composito. C'era di tutto, dalla pensionata al sessantottino di ritorno, dal giovane dei centri sociali alla ragazza di liceo al suo primo impatto con la politica. A fronte di una minoranza di soggetti politicamente preparati c'era una maggioranza che si era mossa spinta da un idealismo ingenuo o coinvolta in una moda arcobaleno che in quei mesi sembrava contagiosa. Oggi il movimento pacifista appare disperso e disilluso come mai era accaduto negli ultimi 40 anni. La grande sconfitta sua e della sinistra è stata di non aver saputo coinvolgere in un movimento più solido e duraturo quelle masse soprattutto di giovani che cinque anni fa, per alcuni mesi, sembravano uscite dall'indifferenza e disponibili ad un confronto sui valori. Ora quelle masse sono perse come soggetto politico – e la guerra, ampiamente sdoganata, non fa più scandalo.
Se i signori della guerra hanno forse perso in Iraq, hanno certamente vinto in Occidente.

Pubblicato il 

07.03.08

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