In carica solo dal primo gennaio, il procuratore generale John Noseda sta già lasciando un'impronta indelebile nella magistratura. Senza indugiare, ha indagato su presunti casi di caporalato partendo dalle segnalazioni di Unia e le testimonianze di operai, sfociate poi in due inchieste con tre arresti legati al cantiere Palace di Lugano.

Procuratore generale Noseda, lei ha condotto le prime inchieste di questo tipo: perché è un problema nuovo o perché solo ora lo si riconosce?
Negli anni 70 vi furono casi analoghi. Oggi come allora, erano collegate a una grave crisi economica italiana. Una massa disperata di manodopera in cerca di lavoro era costretta ad accettare condizioni inferiori a quelle previste dai contratti collettivi da datori di lavoro ticinesi. Alcuni di questi casi sfociarono in procedimenti penali. Negli anni, la situazione poi si normalizzò. Oggi, non a caso in coincidenza con un'altra grave crisi economica nell'area euro, si sono ricreate le stesse condizioni congiunturali favorevoli a fenomeni come quelli scoperti al Palace.
Di fatto, cosa succede oggi?
L'operaio viene messo nella seguente situazione. O accetti di versarmi una parte del tuo salario, o assumo qualcun altro. Questo è il ricatto a cui vengono sottoposti. A questo poi si aggiunge il non rispetto delle condizioni di lavoro a cui l'operaio non può opporsi perché sempre sotto ricatto.
Al Ministero pubblico e in polizia c'è la necessaria sensibilità per riconoscere e affrontare questi problemi?
Questi fenomeni di estorsione ai danni degli operai sono difficili da identificare perché le vittime sono pronte al silenzio pur di non perdere il poco ottenuto, ossia un posto di lavoro minimamente retribuito. Di conseguenza, è facile che all'interno delle imprese s'istauri un clima di "omertà". Scoprire questi fenomeni implica dunque un lavoro capillare e di una fiducia degli operai da conquistare. Sia sindacati che imprese hanno dunque il massimo interesse nel monitorare al meglio all'interno delle singole aziende per riuscire a rompere il muro di omertà che tende a istaurarsi.
Perché le imprese avrebbero interesse?
Per una questione di concorrenza leale.
L'appello da lei lanciato all'opinione pubblica a segnalare casi sospetti ha dato l'effetto sperato?
Sì. Alcune persone sono venute spontaneamente a segnalarci episodi analoghi. Informazioni che hanno reso possibile l'apertura di un altro procedimento penale.
Dobbiamo quindi attenderci altri arresti?
Non lo escludo.
In questi casi si è parlato di malaedilizia importata, in particolare dall'Italia. Ma è importata da chi?
Questi fenomeni sono ormai diffusi in Italia. Poiché la manodopera ora entra con facilità, era inevitabile che si verificassero anche in Ticino. Non credo che si possa risolvere la questione con la chiusura della frontiera. Il nostro mercato del lavoro, nell'edilizia in particolare, è tradizionalmente dipendente dalla manodopera estera. Il problema non è la limitazione della manodopera estera, ma le modalità di controllo.
In Lombardia, nell'arco di pochi anni, la piaga del caporalato da casi singoli ha assunto dimensioni endemiche. Dal suo osservatorio, ha la sensazione che dai vari attori cantonali sia stata recepita l'urgenza di intervenire rapidamente per evitare che l'edilizia ticinese sia definitivamente compromessa?
Sindacati e imprese mi sembra stiano reagendo tempestivamente e con serietà. La Ssic ha sollecitato un incontro per individuare dei meccanismi atti a prevenire questi fenomeni. Riuscire a prevenire l'insorgere di tali fenomeni prima che i responsabili adottino le misure per sfuggire ai controlli è l'arma migliore per contrastarli. Direi che la consapevolezza della gravità del fenomeno tra i partner sociali esiste.
E la politica? Il rinvio a ottobre della discussione in Gran consiglio della legge sulle commesse pubbliche lo giudica positivamente o negativamente?
Bisogna distinguere due aspetti. Il primo è il ruolo penale nell'identificare dei reati già commessi. L'altro aspetto consiste nell'individuare i punti deboli del sistema degli appalti che facilitano l'infiltrazione di questi fenomeni. Ci sono quindi degli strumenti legislativi da introdurre per arginare o rendere più difficile episodi del genere. Ci sono però degli aspetti giuridici di non facile soluzione. Il meccanismo dei subappalti nel privato è difficilmente arginabile, perché il Codice delle obbligazioni è di competenza federale. E difficilmente si potrà vietare il subappalto nel privato. Discorso diverso per il pubblico, dove ci sono più margini d'azione per tenere sotto controllo il subappalto, rendendo più difficile l'agire illegale. Ho l'impressione che i partner contrattuali siano intenzionati ad agire nei legislativi affinché nel pubblico si possano introdurre questi correttivi.
Unia ha invitato la popolazione ad aderire alla mobilitazione degli edili del 4 luglio. Condivide l'appello?
È molto importante che all'interno dell'opinione pubblica si prenda coscienza di questi pericoli e si adottino i correttivi per evitarli. Sono quindi da salutare positivamente le iniziative che coinvolgano nella discussione più soggetti possibili. Non è attraverso la sola apertura di un procedimento penale che si risolve la questione.
Lei è stato un esponente di spicco della sinistra ticinese. Questo suo orientamento ha facilitato una maggiore sensibilità a quanto stesse accadendo nel mondo del lavoro?
Il magistrato deve in primo luogo rispettare e far applicare la legge così come codificata. È altrettanto chiaro che ogni magistrato ha una propria sensibilità filosofica e politica. Non posso escludere che quest'ultima mi abbia aiutato a capire l'importanza di fenomeni di questo genere, non trattandoli da aspetti marginali o secondari.

Pubblicato il 

08.07.11

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