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La politica che gioca con le emozioni

di

Ferruccio D'Ambrogio

I “populisti” alla Trump, Salvini e, last but not least, Bolsonaro hanno il vento in poppa e raccolgono i consensi di molti cittadini. Cosa accomuna tale successo in Paesi e contesti tanto diversi a livello di cultura e storia?


Secondo l’opinione diffusa che l’individuo umano scelga con raziocinio, significherebbe che i sostenitori sono a mo’ dei loro leader razzisti, xenofobi e omofobici che negano le conquiste di diritti sociali e politici dell’ultimo secolo. Evidentemente no! D’altronde chi votò Hitler, non era sempre un nazista. Idem con l’Italia di Mussolini. La spiegazione va cercata nei meccanismi soggiacenti al nostro agire. Quali esseri umani siamo per natura sociali, ovvero interagiamo in gruppo, in cui v’è di regola una persona di riferimento: il genitore in famiglia, il docente a scuola, il capo sul lavoro, il leader in politica. W. Bion, psicoanalista inglese, attento alle interazioni nei gruppi individuò tre categorie di comportamenti (che chiamò “assunti di base”):

a) dipendenza: il gruppo si riunisce attorno ad un leader ritenuto capace di risolvere i problemi e/o offrire protezione;

b) accoppiamento: le persone attendono e/o si affidano ad un leader che promette loro di risolvere i loro problemi;

c) attacco e fuga: v’è convinzione nelle persone che esista un “nemico” esterno, indicato dal leader, responsabile dei loro problemi.

 

Ma come prendiamo le decisioni? Le scoperte recenti delle neuroscienze hanno evidenziato che, nella maggioranza dei casi, le decisioni iniziano a formarsi da reazioni emotive, e non, come creduto, da analisi razionali. Oggidì siamo investiti a getto continuo da quantità di informazioni, che ci obbligano a prendere decisioni sempre più rapidamente. Anche a volerlo risulta arduo, agire sempre con raziocinio. Per Antonio Damasio (professore in neuroscienze all’Università del Sud California e specializzato sulle questioni dell’emozione umana) ciò «contribuisce all’aumento di opinioni polarizzate riguardanti eventi sociali e politici ed una fuga collettiva verso credenze e opinioni predefinite, in generale quelle del gruppo al quale l’individuo appartiene». A dominare il discorso politico odierno sono sempre più gli “emologismi”: parole, frasi, formule che suscitano emozioni. I social (con il “mi piace-non mi piace”) favoriscono tale dinamica; essi non accrescono il dibattito, piuttosto rafforzano le convinzioni preesistenti, spingendo a ricercare piuttosto chi (persona-gruppo) la pensa allo stesso modo.


Insomma la “ricetta” del successo dei Populisti è assai semplice: raccogliere rabbia, sentimenti d’impotenza e frustrazione del singolo (disoccupazione, perdita lavoro, insicurezza, criminalità...) dandogli voce e visibilità. Poi identificare il “colpevole” a cui addossare la responsabilità (vera o falsa non importa: di solito “qualcosa di fuori”). Infine fornire soluzioni semplici, in “salsa” narrativa che faccia pensare: “Lui dice le cose come stanno”, “Lui agirà, mi difenderà e tirerà fuori dalla situazione di m…”. Oggidì gli algoritmi sono capaci di analizzare le informazioni che ognuno “dissemina nulla rete informatica”, e, come dimostrato dallo scandalo Cambridge, risulta assai facile tracciare le tipologie dell’elettorato.


Non deve quindi stupire la designazione, nel mero rispetto dei meccanismi democratici, di taluni politici esplicitamente fascisti, razzisti e misogini come Bolsonaro; il quale si è permesso addirittura di snobbare qualsiasi confronto con lo sfidante. La questione centrale è come riuscire a rimettere al centro il pensiero razionale, il confronto e l’argomentazione, condizione necessaria per la sopravvivenza della democrazia.

Pubblicato

Giovedì 8 Novembre 2018

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