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La piccola ma grande povertà

di

Silvano De Pietro
Preoccupante e sconosciuta. È la condizione di povertà dei bambini e dei giovani. Preoccupante, per le conseguenze che può avere sullo sviluppo della personalità, sulla formazione scolastica e professionale, sul futuro di un'intera fascia di popolazione. Sconosciuta, perché spesso si sottovaluta la complessità di tale problematica, e neppure a livello statistico il fenomeno viene misurato con precisione. Perciò, dopo i segnali d'allarme come la pubblicazione di dati statistici o il rapporto della Caritas sulla povertà in Svizzera uscito l'anno scorso, «ci è sembrato doveroso identificare più precisamente ciò che oggi provoca questo problema in materia di povertà e di giovani», dice il ginevrino Pierre Maudet, presidente della Commissione federale per l'infanzia e la gioventù (Cfig).

«Si sa che la politica della gioventù e i giovani in generale non sono sempre al centro delle preoccupazioni del Parlamento. E qui uso un eufemismo: basta dare un'occhiata all'età media dei parlamentari per rendersi conto che non hanno di queste preoccupazioni», dice Maudet. La realtà, purtroppo, è che oggi circa il 45 per cento di coloro che nel nostro Paese beneficiano dell'aiuto sociale ha un'età tra 0 e 25 anni, mentre soltanto l'1,5 per cento ha più di 65 anni.
«Questo dato dimostra – continua il presidente della Cfig –, che il nostro sistema di assicurazioni sociali è un sistema magnifico, che nel corso del Ventesimo secolo ha permesso, prima con l'Avs e poi con il "secondo pilastro", di mettere al riparo dalla povertà le persone anziane. Ma in compenso i giovani e i bambini sono stati dimenticati. Per noi è la sfida del Ventunesimo secolo: ridurre la proporzione di giovani e bambini in situazione di precarietà». Dunque, riconoscere il problema, definire le linee d'intervento, proporre adeguamenti strutturali, aprire prospettive a lungo termine: sono questi i termini del lavoro a cui si è applicata di recente la Cfig. Il risultato è contenuto nel rapporto "Giovani e povertà: un tabù da abbattere!", che presenta un quadro davvero preoccupante: una «bomba sociale a scoppio ritardato».
La questione di fondo – dice la vodese Chantal Ostorero, membro dell'ufficio di presidenza della Cfig – «è che in Svizzera la povertà e l'esclusione dei bambini e dei giovani restano dei tabù», cioè praticamente rimosse dalla coscienza sociale. Persino gli uffici di statistica considerano bambini e giovani poveri solo in quanto membri delle famiglie che dipendono dall'assistenza sociale. E per i ragazzi, spesso è «meglio escludersi o indebitarsi piuttosto che mostrare i limiti delle proprie risorse e la propria indigenza».
Il fenomeno è in aumento ed è diffuso soprattutto nei grandi centri urbani, dove un giovane su dieci, in età tra i 18 e i 25 anni, riceve l'aiuto sociale. A Basilea, addirittura un bambino su sette. L'aspetto più importante, però, non è quello rappresentato dai numeri: occorre considerare tutto quanto c'è dietro le nude cifre per cogliere la complessità del fenomeno. Intanto, i gruppi di ragazzi più colpiti dalla povertà sono i figli di genitori disoccupati, i bambini che vivono in una famiglia monoparentale, i figli degli immigrati e quelli che appartengono a famiglie numerose con 4 o più figli. Ma le cose non sono così semplici come sembrano. In effetti, non si tratta soltanto di magri budget familiari e di poco o niente "argent de poche". Gli esperti parlano di "deprivazione multipla", ovvero di un accumulo di difficoltà che sono alla base della povertà e dell'esclusione sociale dei bambini e dei giovani. Le precarie condizioni finanziarie della famiglia possono essere anche transitorie, ma se ad esse si aggiungono una formazione scolastica eccessivamente improntata alla selezione e la mancanza di posti d'apprendistato, si determina una situazione tale per cui un ragazzo, terminata la scuola, non riesce ad entrare nel mondo del lavoro.
Allora diventa chiaro come l'indigenza costituisca il più grave fattore di rischio per lo sviluppo fisico e psicosociale del bambino e poi del giovane, poiché finisce presto per produrre anche una scarsa disponibilità di risorse immateriali: un'istruzione incompleta o una formazione debole significano scarsa possibilità per i giovani di farsi avanti, di affermarsi, di valorizzare sé stessi. «Anche se nascosta», è la conclusione di Chantal Ostorero, «la povertà dei bambini e dei giovani può generare conseguenze devastanti a medio e lungo termine. È dunque tempo di mettere questi problemi all'ordine del giorno della politica». Per evitare conseguenze sociali devastanti a medio termine, la Cfig chiede quindi una vera e propria strategia di lotta come: l'impegno dei poteri pubblici per potenziare massicciamente l'accoglienza extrafamiliare, l'istituzionalizzazione di compiti sorvegliati in modo da aiutare gli allievi con difficoltà scolastiche o sociali, l'estensione delle competenze dello Stato per quanto riguarda l'inserimento professionale dei giovani, il versamento da parte degli istituti di piccolo credito dell'1 per cento della cifra d'affari a favore di servizi di consulenza per la gestione del reddito e dei debiti, l'introduzione in tutti i Cantoni svizzeri  di prestazioni complementari per le famiglie di reddito modesto e l'offerta ad ogni giovane della possibilità di svolgere attività fisica e di mangiare in modo sano ed equilibrato.



Un quindicenne: "Essere povero significa essere escluso"

«Non posso dire di sentirmi proprio povero, magari un po' svantaggiato ... per quanto riguarda i soldi e così via. Quando vado a casa di altri, di quelli che hanno soldi, allora mi rendo conto che è un altro mondo... ma quando vado nel mio Paese d'origine, lì vedo cosa significa veramente la povertà. In confronto faccio una vita di lusso». Così si esprime un diciottenne della regione di Basilea. Con una definizione "stringata e precisa", un quindicenne dà una chiara idea dell'accumulo di difficoltà che causano la povertà di tanti giovani in Svizzera: «Essere povero significa essere escluso perché non si hanno soldi. Essere povero significa non avere né famiglia
né parenti né casa».
Queste due citazioni mostrano quanto possa essere netta la percezione del proprio stato di povertà tra i ragazzi, e quanto chiara la distinzione tra povertà  assoluta e povertà relativa. Sono due delle tante affermazioni contenute in alcune interviste fatte a bambini e giovani, e riportate nel rapporto  "Giovani e povertà: un tabù da abbattere!", della Commissione federale per l'infanzia e la gioventù (Cfig). Altri due aspetti molto significativi sono la solidarietà e la coscienza delle proprie difficoltà d'inserimento sociale.
«Soltanto chi non ha compagni o amici che si preoccupano per lui è veramente povero», sostiene un ragazzo. E una diciottenne: «Se non fosse per le mie compagne e compagni, non so se sarei ancora viva». Un altro ragazzo: «Semplicemente non si è accettati... allora devi andare da quelli che sono nella tua stessa situazione, che sono "più poveri". E allora si fanno le stesse cose che fanno loro, quello che possono permettersi tutti». Un adolescente che viene da una famiglia di immigrati fa appello all'autodifesa reciproca : «Dobbiamo far causa comune, aiutarci e sostenerci a vicenda».
Un ex adolescente, maltrattato spesso in modo brutale dalla madre, mostra con lucidità quanto anche la scuola si riveli spesso incapace di vedere le cause di certe scarse prestazioni o certi comportamenti abnormi: «La scuola... sbagliatissima la rappresentazione che si ha della scuola... vale a dire, per esempio io avevo problemi in famiglia e allora mi hanno messo nel sostegno pedagogico con persone che avevano problemi scolastici. Così, io che non ne avevo, mi sono ritrovato con problemi scolastici. Il mio era un problema di comportamento dovuto a quanto vivevo perché mia madre mi picchiava, picchiava mia sorella, in parecchie occasioni ho dovuto difenderla, a più riprese... non mangiavo e il giorno dopo, mi ritrovavo in classe, un po' "fuori"... e non capivo un bel niente di quello che mi si diceva. Perdevo moltissimo delle lezioni perché a volte ero rinchiuso... ero punito! Cioè dovevo rimanere una settimana senza uscire, e a pagarne il prezzo ero per forza sempre io».
Impressionante anche la valutazione che un altro giovane fa "a posteriori" della propria esperienza scolastica: «È difficile nel senso che c'è stato un momento in cui mi sono sentito completamente abbandonato, non ne potevo veramente più, perché la classe speciale (sostegno pedagogico), i corsi erano niente [...] Gli studi erano niente ... Ci lasciano così. I professori sono lì soltanto per fare le loro ore. Non facciamo lavori in classe, non sappiamo a che livello siamo, poi dipende anche dai posti... e una volta entrato nella scuola media B, ci sono rimasto soltanto due anni, era come essere nel sostegno pedagogico... era... era molto... scarso, e ci sono molte cose che non ho mai imparato, come la geometria, non ne ho mai fatta, l'algebra, mai vista, e allora ero veramente l'ultimo, ultimo della scuola media B. Alla fine ho avuto il mio certificato e tutto, ma non ne potevo proprio più...».

Pubblicato

Venerdì 31 Agosto 2007

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