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La nuova sfida, i diritti globali

di

Loris Campetti
In vista della Festa del lavoro e dello sciopero generale del 6 maggio facciamo il punto sulla situazione sociale in Italia e sulle prospettive del movimento sindacale in Europa con il segretario della Fiom Maurizio Landini. Senza scordare le lotte alla Fiat di Pomigliano e di Mirafiori.

Un segretario generale della Fiom che parla un linguaggio semplice, figlio di una cultura operaia non studiata sui libri ma cresciuta nel lavoro di fabbrica e quindi nel sindacato, riesce nel miracolo di bucare gli schermi. Il fatto è che comunica passione e profuma di pulito. Maurizio Landini, reggiano, ha iniziato il suo mandato affrontando lo scoglio più duro: lo scontro alla Fiat scatenato da Sergio Marchionne contro i diritti collettivi e le libertà individuali dei lavoratori e delle lavoratrici, naturalmente in nome di una globalizzazione che imporrebbe le sue dure regole a chiunque voglia competere in un mercato di guerra e di crisi. Landini ha contribuito a riportare il lavoro al centro dell'attenzione di tutti tranne, è amaro ammetterlo, di una politica lontana anni luce dalle condizioni di lavoro e di vita delle persone. Il segretario si schernisce, o meglio vuole precisare che «sono stati gli operai di Pomigliano e Mirafiori con le loro lotte e la loro dignità a imporsi all'opinione pubblica, offrendo all'intera società una pratica e un pensiero diversi da quelli dominanti». In un caffé a due passi dalla sede della Flm – l'unico luogo in cui quella perduta sigla resta incavata in una targhetta di metallo, nel cancello che apre l'accesso a tre sigle ormai totalmente separate: Fim, Fiom e Uilm – parliamo a lungo di globalizzazione neoliberista e della possibilità di uscire dalla crisi con regole, culture, pratiche, relazioni e un modello sociale opposti a quelli che l'hanno scatenata.

Una multinazionale è una nave da guerra alla conquista dei mercati. Dentro una nave da guerra non c'è spazio per dubbi, discussioni, contrattazioni e diritti. Il conflitto è con le altre navi da guerra e all'interno di ciascuna unità, capitano, rematori, addetti macchine devono essere un corpo unico. L'avversario dell'operaio – il rematore – non è più l'armatore o il comandante ma gli operai della nave nemica. Mors tua vita mea, e soprattutto morte dei diritti e della democrazia. O ci stai o ti butto giù dalla nave in corsa. Sergio Marchionne ha rappresentato in modo semplice e geniale un punto di vista che rischia di essere egemone, e la sua ricetta viene assunta, con gioia o con l'introiezione della sua ineluttabilità, dalla maggioranza dei sindacati, dalla politica di governo e da gran parte dell'opposizione al governo di destra.
È paradossale che questa discussione e la subalternità di tanta politica all'ineluttabilità della risposta liberista alla crisi si manifestino ancora oggi, in una stagione in cui il modello di globalizzazione senza regole, libertà e democrazia mostra tutti i suoi limiti. La crisi economica che è esplosa in tutto il mondo nasce dal primato della finanza sull'economia, da una precarizzazione del lavoro senza precedenti e da una politica ridotta a servitù della finanza, con una riduzione di ruolo e di peso degli stati e dei governi. Questo impasto velenoso ha moltiplicato l'ingiustizia sociale, dagli Stati uniti all'Europa, ai paesi emergenti come Cina, India e Brasile. Con il paradosso per la teoria liberista che gli stati sono stati costretti a mettere in campo forti investimenti pubblici. Aggiungo che questo processo oggi deve fare i conti con la sostenibilità ambientale della produzione e del modello di sviluppo, e finalmente ci si torna a interrogare su cosa, come e dove produrre. C'è un'altra sostenibilità di cui bisogna tener conto, ed è quella sociale: il modello delle navi da guerra non ha fatto che rendere più ricchi i pochi ricchi e più poveri i sempre più numerosi poveri. Le nuove generazioni sono costrette a vivere nell'incertezza e nella precarietà, senza la possibilità di progettare un futuro. È una condizione intollerabile che ci obbliga a riaprire una discussione sulla sostenibilità di un modello che ha prodotto la crisi e oggi pretende di imporre le stesse leggi e addirittura le stesse persone che la hanno provocata per uscirne fuori.
Il merito degli operai di Pomigliano e Mirafiori – ha sostenuto in più occasioni – è di aver resistito ai ricatti di Marchionne, svelando con la loro resistenza la filosofia su cui si fondano. Può spiegarsi meglio?
La vicenda Fiat ha reso evidente come il livello di compressione dei diritti e delle libertà di chi lavora per dare mano libera all'impresa abbia superato la soglia di sopportazione. Ha svelato che la strategia padronale punta a negare l'esistenza stessa del sindacato come soggetto contrattuale autonomo. Così leggo lo scatto di chi, sotto ricatto, decide di rovesciare il tavolo. Il desiderio di libertà e di realizzazione dei lavoratori come persone non può essere compresso oltre un certo livello. Non parlo solo dell'Italia, cerco anche di interpretare quel che sta avvenendo intorno a noi, nell'altra sponda del Mediterraneo dove si riapre la partita ponendo qualche problemino a un capitalismo che ha marciato sull'uso e la gestione delle materie prime garantiti da regimi "amici" fondati sulla compressione delle libertà e dei diritti delle popolazioni.
Dentro questi processi locali e globali colpisce l'assenza della politica, o peggio il suo servilismo verso i poteri forti, in deroga al suo mandato di governo e di indirizzo.
La politica deve finalmente porsi il problema della rappresentanza del lavoro, abbandonato in solitudine a combattere una guerra feroce con armi inadatte allo scopo. La politica deve recuperare l'idea che un indirizzo pubblico è inevitabile come lo è la costruzione di un nuovo modello sociale. Oggi è gravissima l'assenza della politica e degli stati rispetto all'urgenza di difendere i beni comuni e mettere al centro la sostenibilità ambientale del modello che si sceglie. Bisogna scegliere, non subire i diktat dei fanatici del mercato e del liberismo.
In questo contesto il sindacato è debole, diviso, in molti casi privo di una reale autonomia dalle imprese e dai governi. Il capitale è globalizzato e il sindacato è nazionale, quando non addirittura aziendale. La Ces, più che un sindacato europeo sembra un'appendice dell'apparato burocratico dell'Unione (monetaria). Assomiglia a quel che Cisl e Uil stanno diventando, nel momento in cui non cercano più la legittimazione tra i lavoratori ma nelle controparti, imprese e governi.
Il sindacato deve mettere al centro del suo lavoro la battaglia per la globalizzazione dei diritti. Partendo proprio da una dimensione europea, dove una cultura solidaridaristica incentrata sui contratti nazionali sarebbe un buon punto di partenza per interloquire con le realtà, come l'est europeo e il Nordafrica e il Medioriente in cui i diritti e le libertà sono più calpestati. È vero, il sindacato è indebolito ma la partita non è chiusa, ci sono paesi come la Germania dove resiste un ruolo contrattuale autonomo nella rappresentanza del lavoro. Diciamo che convivono due tendenze: a) di fronte alla globalizzazione il sindacato deve trasformarsi in un soggetto che si occupa di "ridurre i danni", gestendo i servizi abbandonati da un welfare in ritirata attraverso organismi bilaterali imprese/sindacati; b) la difesa di un'idea di sindacato come soggetto democratico e autonomo che si batte contro le ingiustizie e unifica i lavoratori colpiti e frantumati dalla crisi con lo strumento della contrattazione collettiva. La Fiom e la Cgil si muovono lungo questo secondo percorso. E non siamo soli a camminare in questa direzione, per esempio a giugno, il congresso della Fem (Federazione europea dei metalmeccanici) discuterà la nostra proposta di "riunificazione" attraverso la costituzione di un unico sindacato dell'industria. Un passo per rispondere al rischio di una guerra tra poveri attraverso una ricomposizione delle figure del lavoro, con l'obiettivo di costruire un'Europa sociale dei diritti, magari attraverso la definizione di contratti europei. Non siamo in una situazione di morta gora, in Francia come in Spagna, in Grecia come in Portogallo o in Germania si susseguono le mobilitazioni promosse unitariamente da tutti i sindacati. Semmai è l'Italia il paese in cui le divisioni hanno prodotto più danni. La domanda è per tutti la stessa: come si esce dalla crisi? La risposta non può che essere cercata insieme, a livello europeo.
L'Italia però non si distingue solo per le divisioni sindacali. A partire dalle mobilitazioni dei metalmeccanici Fiom si è avviato un confronto serrato con tutte le componenti sociali, e non sono poche, che si battono contro le politiche autoritarie e regressive del governo Berlusconi. Gli studenti e i lavoratori della conoscenza contro lo scempio della scuola e dell'università, i precari di ogni lavoro, i movimenti per la difesa dei beni comuni e dell'ambiente si ritrovano insieme in piazza e nelle iniziative promosse da "Uniti contro la crisi". La Cgil può diventare una "casa comune"?
È verissimo, e la Cgil deve porsi rapidamente il problema di diventare una casa comune, un punto di riferimento per le vittime della crisi e del liberismo. Partendo dalla riunificazione, dalla lotta comune alla precarietà, assumendo i valori della democrazia per restituire ai lavoratori la titolarità delle decisioni che riguardano la loro condizione. Dal confronto tra storie e pratiche diverse può nascere una nuova idea di sviluppo. Per questo, però, serve un nuovo sindacato, capace di rinnovare struttura, pratica, democrazia interna per essere all'altezza di una battaglia per la difesa dei diritti che domanda un nuovo modo di produrre e di vivere. Mi fa essere più ottimista proprio quel che è successo a partire dalla prova di dignità fornita dai lavoratori di Pomigliano contro il modello sociale di Marchionne. Poi c'è stata Mirafiori ed è cresciuta la capacità di aggregazione sociale e culturale intorno alla lotta operaia. Si è capito che il lavoro senza diritti non è lavoro ma schiavitù. Ma è la democrazia il punto di partenza: nel rapporto con i lavoratori a cui va garantito il diritto di votare gli accordi ed eleggere i rappresentanti, nella definizione di contratti europei dell'industria e di misure legislative che garantiscano redditi minimi di cittadinanza. "Uniti contro la crisi" rappresenta la novità positiva di questa stagione con la sua capacità di mettere a confronto e far interloquire storie e culture diverse che nel passato, separate e talvolta contrapposte, non erano riuscite a fermare il processo di globalizzazione liberista. Oggi invece l'unità parte dalla concretezza e dalla critica di una condizione comune, che è precaria nel lavoro, nei diritti, nella cittadinanza. Precaria è anche la democrazia nel nostro paese. Riunificare, saldare tutte le battaglie sociali in atto è la precondizione per costruire una risposta adeguata alla crisi, che va oltre la lotta al modello Marchionne o alla legge Gelmini. Abbiamo, con "Uniti contro la crisi", un patrimonio da consolidare e arricchire. Non solo la Fiom ma l'intera Cgil, senza mire egemoniche, possono e debbono svolgere un ruolo positivo dentro questo processo.
Ma la politica – la sinistra – come le stelle sta a guardare...
Mi ripeto. Quel che avviene mette la sinistra – e l'opposizione a Berlusconi – di fronte a una scelta che per me è obbligata: o torna a occuparsi del lavoro e a rappresentarlo, recuperando la capacità di avanzare una proposta politica autonoma, oppure non ha futuro. Questa globalizzazione senza regole, argini e antagonisti politici ha imposto l'unicità dell'impresa; ora va rimesso al centro il lavoro che deve riconquistare almeno la stessa dignità dell'impresa.
Il 6 maggio ci sarà lo sciopero generale indetto dalla Cgil. Si potrebbe dire "strappato" al gruppo dirigente della Cgil dalla pressione delle principali categorie e dei territori. Uno sciopero di 4 ore, diventato di 8 per importanti Camere del lavoro, per meccanici, scuola, pubblico impiego, commercio e altri settori. Però continua il tentativo della segreteria di privilegiare la ricostruzione dei rapporti con Cisl, Uil e Confindustria che rispondono intensificando le politiche e gli accordi separati contro la Cgil.
Lo sciopero del 6 maggio non deve essere un momento come un altro ma l'inizio di un'inversione di tendenza delle nostre politiche e dell'azione delle forze che si oppongono a Berlusconi. Senza dimenticare che gli avversari da battere sono molti: c'è Berlusconi, ma c'è anche Marchionne, c'è il governo e c'è anche la Confindustria.

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Venerdì 15 Aprile 2011

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