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La nuova crociata patriottica

di

Tommaso Pedicini
L’omicidio del regista olandese Theo van Gogh compiuto da un fondamentalista islamico di origine magrebina e gli scontri etnico-religiosi che ne sono seguiti hanno avuto ripercussioni anche al di fuori dell’Olanda. Con oltre sette milioni di cittadini stranieri residenti sul suo territorio, di cui quasi due milioni di origine turca, la Germania teme di essere il prossimo campo di battaglia di quello che, dall’11 settembre 2001 in poi, i sedicenti paladini della cultura occidentale hanno definito “scontro di civiltà”. Per la verità la Repubblica federale negli ultimi anni è stata risparmiata da questo genere di tensioni. Gli assalti agli ostelli per rifugiati nell’Est del Paese risalgono, infatti, ai mesi immediatamente successivi alla riunificazione e sono rimasti un fenomeno isolato. Eppure non passa giorno senza che i conservatori della Cdu ed i loro cugini bavaresi della Csu evochino il rischio di guerre di religione. A loro avviso nelle grandi città tedesche esistono ormai “società parallele” di stranieri che rifiutano l’integrazione, la lingua e lo stile di vita tedesco, che vivono e diffondono “credo religiosi e valori etici inconciliabili con la società occidentale”. Da qui la nuova crociata intrapresa dal partito di Angela Merkel perché i tedeschi “tornino ad essere buoni patrioti” e gli stranieri, se vogliono restare in Germania, si adeguino alla “Leitkultur” (cultura dominante) tedesca. Quelli del patriottismo e della Leitkultur (ma cosa si intende con questo termine: le opere di Göthe e di Schiller? L’ordine e la disciplina prussiane? La birra ed il Bratwurst?) in realtà, sono temi che la destra tedesca rispolvera ad ogni nuova crisi di consensi. Essi tornano di moda quando i conservatori hanno bisogno, come ora, di ritrovare un’unità, almeno formale, rispetto alle laceranti guerre di potere interne. Per ricompattare le fila cristianodemocratiche la signora Merkel annuncia, così, che il modello di società multiculturale si è rivelato un “grandioso fallimento” ed ora si devono cercare altre soluzioni. Assimilazione forzata, insomma, invece che integrazione. Se ai proclami della Merkel si sommano poi i propositi del ministro-presidente bavarese Edmund Stoiber e del suo collega assiano Roland Koch (i due falchi della Cdu/Csu), che intendono recuperare “attraverso il dialogo e l’ascolto” i voti persi dai cristianodemocratici a favore dell’estrema destra, si capisce che la campagna elettorale in vista degli appuntamenti con le urne della prossima primavera è già iniziata e questa volta si è deciso di giocare col fuoco. È innegabile che la situazione degli stranieri in Germania desti serie preoccupazioni. A guardare le statistiche si vede come la disoccupazione colpisce soprattutto i non tedeschi. Solo il 44 per cento degli stranieri ha un lavoro. Ed è anche vero che la seconda e la terza generazione degli immigrati soffrono di una sindrome da “sradicamento”: non sanno più quale sia la loro vera identità. Una recente indagine condotta da un importante istituto di ricerca rivela come oltre l’80 per cento degli stranieri residenti in Germania si senta discriminato. Solo pochi riescono a fare del loro vivere a cavallo tra due lingue e culture una forza, i più, invece, si lasciano andare e, in alcuni casi, diventano facile preda della criminalità organizzata o di un odioso fondamentalismo religioso che impone, soprattutto alle donne, codici di comportamento arcaici e crudeli. Sarebbe però un errore scaricare sugli stranieri la colpa di decenni di politiche migratorie sbagliate e di pochi, inefficaci tentativi di integrazione. I governi federali, infatti, hanno continuato a vedere solo “Gastarbeiter” (lavoratori ospiti) anche quando in Germania vivevano già centinaia di migliaia di famiglie straniere intenzionate a rimanervi. Oggi il rischio di società parallele esiste sul serio, ma soprattutto per colpa di chi, come Koch e Stoiber, si vanta di aver risanato i bilanci dei propri Länder tagliando corsi di lingua e progetti d’integrazione a favore degli stranieri. E se è comprensibile la richiesta di chi, all’interno della maggioranza rosso-verde, pretende dalle organizzazioni islamiche operanti in Germania il pieno rispetto della Costituzione, tutt’altro che giustificabile appare, invece, la riscoperta del patriottismo e della Leitkultur a fini elettorali in un Paese dove il nazionalismo in passato ha arrecato già abbastanza danni. La destra e la "cultura guida" Il termine tedesco “Leitkultur”, che in italiano potremmo tradurre con “cultura dominante” o “cultura guida”, ha una data di nascita ben precisa: la metà di ottobre del 2000. Ad introdurlo nel dibattito politico fu l’allora capogruppo cristianodemocratico al Bundestag, Friedrich Merz, senza però specificare nel dettaglio cosa volesse intendere con esso. Quando quattro anni fa il primo governo del cancelliere Gerhard Schröder tentò di introdurre il principio della doppia cittadinanza per gli stranieri residenti sul territorio federale, le forze conservatrici tedesche, appoggiate dall’estrema destra, insorsero contro il disegno di legge governativo dando il via ad una raccolta di firme in tutti i Länder: l’identità tedesca non doveva essere svenduta. In quell’occasione Merz dichiarò che non era pensabile premiare con la cittadinanza “chi non voleva o poteva riconoscersi nella Leitkultur tedesca”. La levata di scudi riscosse un ampio successo: nel giro di pochi giorni la Cdu ed i cristianosociali bavaresi, assieme ai neonazisti della Npd e della Dvu, raccolsero centinaia di migliaia di firme contro la doppia cittadinanza. Il governo rosso-verde, per paura di rendersi impopolare, non ebbe il coraggio di forzare la mano. Il doppio passaporto rimase una promessa elettorale e fu varata una legislazione sull’immigrazione frutto di un compromesso tra le parti. Di quella pagina della storia politica tedesca è rimasta, assieme ad altri frutti avvelenati, la frase di Merz e soprattutto il concetto di Leitkultur. Un concetto che ad intervalli regolari fa capolino nella politica e nella società tedesche. Di Leitkultur, e soprattutto di cosa si intenda precisamente con questo termine, si è tornati a parlare nel 2001, quando il segretario generale della Cdu, Laurenz Meyer, dichiarò di sentirsi «fiero di essere tedesco» prendendosi del “naziskin” dal verde Jürgen Trittin, e nel 2003, in occasione della tardiva espulsione del deputato Martin Hohmann dal gruppo parlamentare cristianodemocratico a causa delle sue tirate antisemite. E se ne torna a parlare ora che l’assassinio del regista Theo van Gogh e gli scontri etnico-religiosi scuotono la vicina Olanda.

Pubblicato

Venerdì 10 Dicembre 2004

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