La nostra vita dietro una vetrina

Votazione sulle aperture dei negozi in Ticino, una venditrice e un venditore raccontano la loro esistenza segnata da giornate e settimane interminabili

«Volete aprire più a lungo? Va bene, ma create una situazione accettabile per noi. Qualcosa che possa chiamarsi lavoro, non lavori forzati». Anna, la nostra interlocutrice forzatamente anonima poiché la libertà di licenziare è superiore alla libertà di parola, racconta la sua giornata tipo per far conoscere le condizioni di lavoro nella vendita al dettaglio in Ticino, dove il prossimo 18 giugno si voterà sulla modifica della Legge sull’apertura dei negozi.


«Domani inizio alle sei. Verso le nove avrò quindici minuti di pausa per poi continuare fino alle undici. Segue una pausa di tre ore, per poi ricominciare alle 14 fino alle 19 e 15, intercalata da una pausa di quindici minuti. Dopo 13 ore, la mia giornata lavorativa si conclude», racconta Anna. Le chiediamo perché non possa fare un turno continuato, invece di spezzarlo con una lunga pausa di tre ore. «Perché con una sola persona coprono tutta la giornata. È così ovunque. Stiamo lavorando tutti a personale ridotto. Se un decennio fa eravamo in tre nel reparto, oggi siamo uno o, nei migliori dei casi, quasi due tempi pieni».

 

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Non ci credete? Alessandro (altro nome di fantasia per le medesime ragioni di sicurezza), vi racconta le sue settimane al lavoro. «Inizio alle sette del mattino e mediamente tre o quattro giorni alla settimana sono di chiusura, quindi finisco verso le 19.15. Quando si arriva a casa dopo una giornata di tredici ore, calcolando il tempo per la doccia e mangiare qualcosa, di tempo a disposizione ne resta ben poco». È la politica del personale nella vendita in voga da qualche decennio. Personale ridotto all’osso, con tempi parziali da spalmare sull’orario settimanale di apertura del commercio. Quando si allungano le ore o i giorni di apertura, la conseguenza sarà una sola. Non illudetevi sia la creazione di nuovi impieghi. Le aperture prolungate non hanno mai creato veri posti di lavoro. Lo dimostrano tutti gli studi seri di settore. Al massimo, ci saranno delle assunzioni a tempi parziali da far giostrare nei giorni. Tempi parziali talmente ridotti le cui paghe sono insufficienti per viverci. Eppure è richiesta la disponibilità totale, al cento per cento. Una disponibilità non pagata, naturalmente. La conseguenza dell’ulteriore ampliamento delle giornate e degli orari di apertura dei commerci proposte dalle modifiche di legge saranno giornate di lavoro di venditrici e venditori ancor più lunghe e distribuite sull’arco dei sette giorni. La sola prospettiva mette ansia ad Alessandro. «Tempo fa svolgevo un altro mestiere in cui si lavora la domenica e nei festivi. Quando ho deciso di sposarmi e avere dei figli, ho cambiato lavoro per avere del tempo da dedicare alla famiglia. Oggi i figli riesco a vederli la domenica e qualche sabato. Dovessero togliermi anche quei giorni, sarebbe molto grave. Quando mi dicono: “Avrai libero il lunedì e martedì”, mi arrabbio. Cosa me ne faccio di quel libero se i miei figli vanno a scuola? È una cosa grave, perché si perdono i valori più importanti della nostra vita. Come se non bastasse, al personale di vendita viene chiesto di sacrificare famiglia e relazioni sociali per dei salari oggettivamente bassi».

 

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Ad Anna chiediamo cosa sceglierebbe se dovessero metterle sul piatto l’offerta tra un miglior salario o una migliore gestione del tempo. «Una miglior gestione del tempo, senza dubbio. Vengo volentieri a lavorare alle sei, ma fammi andare a casa alle 14. Avrei il tempo di farmi un pisolino e di occuparmi delle cose che mi danno piacere. Potrei occuparmi della mia vita e di mia mamma. Mi piace prepararle una buona cenetta, fare una passeggiata con lei, scambiare due chiacchiere. Ma se la mia turnistica mi lascia il tempo tirato per fare le faccende di casa, a mia madre le devo dire di aspettare, sperando in turni migliori la settimana seguente. Ma non va sempre bene. Può capitare di passare due o tre settimane senza vedere mia madre». Cosa la spaventa maggiormente della nuova estensione degli orari di apertura? «Abbiamo paura di non poter più vivere. Perderemo la domenica e le nostre serate al lavoro diventeranno infinite. Se già oggi vivacchiamo con un minimo di relazioni sociali, dopo non avremo nemmeno quelle. Senza un aumento di personale, le aperture saranno un colpo fatale alla vita sociale di migliaia di venditrici e venditori».


È questa la vita reale nascosta dietro le vetrine. Eppure le vediamo sempre sorridenti. «Le persone ignorano quanto si nasconda dietro il sorriso del personale di vendita – racconta Alessandro −. Non si pongono la domanda come faccia ad essere sempre sorridente per dodici ore di una giornata lavorativa. Neanche al cabaret riesci ad essere felice per dodici ore. Capisco si chieda al personale di non essere sgarbato. È comprensibile e legittimo. Altrettanto comprensibile dovrebbe essere per la clientela capire quanto non sia umano sorridere per dodici ore tutti i santi giorni».


Orari infiniti e obiettivi sempre visti al rialzo, producono tanta sofferenza. Uno sfinimento mentale e fisico che genera un numero crescente di burnout. Anna racconta una vicenda umana di cui è stata testimone che l’ha disgustata profondamente. Emblematica di quanto le lavoratrici siano considerate dei numeri invece di persone. «È la storia di una giovane collega, una delle più brave apprendiste mai avute dal gruppo. Finito l’apprendistato, l’assunsero. È una ragazza molto dinamica, sveglia, una che vede lontano, molto di più degli altri. Come vede le cose positive, vede anche quelle negative. Per mesi l’hanno sovraccaricata di turni infiniti. Si è lamentata, giustamente, anche perché vedeva dei favoritismi ingiustificati. L’hanno spostata in altri reparti, sempre spremendola al massimo. Alla fine è esplosa, è andata in burnout. Le hanno dato della matta solo perché vedeva la realtà delle cose. Ora l’hanno inchiodata sulla sedia della cassa tutti i giorni. Le fanno sputare sangue per ridimensionarla. Oggi è triste e arrabbiata. Hanno distrutto l’energia, i sogni e le speranze che può avere una ragazza in gamba di vent’anni. È orribile».


Dopo aver conosciuto la vita delle persone dietro le vetrine grazie ai racconti dei nostri interlocutori, chiudiamo con un suggerimento di Alessandro in vista della votazione del 18 giugno sui nuovi orari e giorni di apertura contro cui il sindacato ha promosso un referendum. «Vorrei invitare le persone a fermarsi un secondo per riflettere su che cosa stiamo rischiando di perdere come società e quali valori vogliamo trasmettere ai nostri figli».

 

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Pubblicato il

24.05.2023 16:03
Federico Franchini