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La nostra è la civiltà delle mutande

di

Roberto Ruegger
Non c’è dubbio. Gli indizi sono chiarissimi: la nostra è la civiltà delle mutande. Alla televisione non compare signorina che non esibisca generosamente un parsimonioso perizoma. Gli uomini di spettacolo non sono da meno e sfoggiano l’indumento per catturare l’attenzione degli spettatori. La braga di tela è ormai anche la divisa più diffusa tra gli allegri membri dei consigli di amministrazione di grandi società, che restano in mutande dopo essersi prodotti in ardite spericolatezze finanziarie. In mutande restano anche, ma non per scelta e senza colpa, operai e impiegati licenziati, vittime delle stesse prodezze. Per cominciare le mutande distinguono nettamente la nostra civiltà da quella dell’antica Roma. I romani le conoscevano, ma non le portavano e disprezzavano chi ne faceva uso, poiché l’indumento era simbolo di barbarie e di inciviltà. Le portavano infatti le popolazioni germaniche. Reinterpretando i fatti nella nostra ottica specifica, si può affermare che il passaggio dall’antichità al medioevo è segnato dalle invasioni dei portatori di mutande e dal conseguente crollo dell’impero della toga. I panni da gamba (come si chiamavano allora) erano sì barbari, ma nobili e costosi. I poveri non potevano permetterseli e quindi non li portavano. Le mutande restano il segno distintivo di ricchi e nobili fino alla rivoluzione francese, quando una loro parente stretta, la coulotte, cioè la braga attillata lunga fino al ginocchio, diventa protagonista. I sanculotti, quelli che non portano le coulottes, sono i rivoluzionari e chi le porta rischia invece di perdere la testa sotto la ghigliottina. Ma è l’avvento della meccanizzazione a rendere popolare l’intimo. La produzione industriale di panni e tessuti sfrutta con paghe da fame operai e soprattutto operaie, che sopravvivono a fatica, ma che finalmente possono permettersi qualche capo di biancheria. Le mutande si possono cambiare agilmente, come dice il nome, e quindi preservano più a lungo i più costosi pantaloni, a loro volta simbolo dell’epoca industriale e urbana. Devono invece aspettare le popolazioni delle campagne, dove le mutande arrivano solo dopo la metà dell’Ottocento. In età vittoriana tutti portano indumenti intimi, ma nessuno ne parla ed è assolutamente impensabile che qualcuno li mostri. La moralità pruriginosa dell’epoca impedisce qualsiasi accenno alla corporeità. Era considerato scandaloso anche solo mostrare un alluce, figurarsi le mutande! Ma poi ci sono due guerre mondiali. Crollano Stati ed imperi, ma anche ipocrisie e moralismi. I giovani contestano, le gonne si accorciano, reggiseni e mutande diventano strumenti di rivendicazione e di protesta. Con la caduta del muro di Berlino si smorzano anche le contestazioni. Restano solo, e sempre più in vista, le nostre mutande.

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Venerdì 22 Novembre 2002

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