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Spagna

La mossa estrema di Podemos

Dopo il tracollo nelle elezioni regionali di Madrid e l’abbandono di Iglesias, il partito della sinistra spagnola punta sulla leadership di due donne

di

Maurizio Matteuzzi

«La legislatura comincia adesso» ha detto lunedì scorso – dopo il devastante tsunami del 4 maggio nelle elezioni regionali di Madrid stravinte da Isabel Díaz Ayuso, la candidata ultrà del Partido Popular – Yolanda Díaz, vicepresidente del governo Psoe-Unidas Podemos, ministra del lavoro e dell’economia sociale, nuovo segretario generale in pectore di Up dopo le clamorose dimissioni e l’abbandono della politica (davvero?) di Pablo Iglesias.

 

Díaz, una tostissima cinquantenne che si è fatta un nome, prima nella natia Galizia e poi a Madrid, come avvocata del lavoro e come militante del Partito Comunista, avrà di fronte due obiettivi. Improbi. Il primo, entro il 2021, nell’ambito del piano di riforme chiesto da Bruxelles per elargire i 140-160 miliardi di euro riconosciuti alla Spagna, è quello di derogare, finalmente, la (contro)riforma del lavoro imposta nel 2012 dall’ex premier del Partido Popular Mariano Rajoy.


Il secondo, di qui al 2023, quando scadrà (se ci arriva) la legislatura iniziata nel gennaio 2020, quello di presentarsi quale credibile candidata a premier per Podemos, pur non facendone formalmente parte, nel tentativo di ridare fiato a un partito che, dal movimento degli “indignados” nel 2011 e poi dal 2014 a livello anche elettorale, tante speranze ha suscitato (non solo in Spagna) ma che è stato poi corroso da rivalità e scissioni. E che, come tutta la sinistra, rischia forse di aver ricevuto il colpo di grazia nel voto del 4 maggio a Madrid.


Iglesias getta la spugna dopo un anno e mezzo di brutale assedio politico-personale. Il suo carisma e la sua (iper)leadership sono stati la forza e la debolezza di Podemos. Ci sarà tempo per i bilanci ma al di là di limiti ed errori si deve riconoscere che Podemos e Iglesias hanno cambiato la Spagna.


Ora Podemos tenta una mossa estrema: il rinnovo della leadership, la sua femminilizzazione e “de-madridizzazione” con una direzione bicefala di donne, Yolanda Díaz al governo e Ione Belarra al partito, 33 anni, ministra per i diritti sociali e l’Agenda 2030, psicologa di formazione, proveniente dalla Navarra, attivista per i diritti umani.


Basterà per rianimare Podemos? E per salvare il governo di coalizione? Il premier socialista Pedro Sánchez ha ammesso “errori” nella strategia elettorale, ha attribuito (minimizzato) l’esito del voto alla stanchezza per la pandemia e alla polarizzazione selvaggia imposta dalla candidata del Pp, ma si è detto sicuro che il governo di coalizione durerà fino al 2023 perché «Madrid non è la Spagna» .


Davvero? In realtà Sánchez, che non voleva un governo di coalizione con un partito alla sua sinistra e sperava in Ciudadanos (il partito liberal-moderato cancellato a Madrid e in via di estinzione in Spagna), ha mezzo Psoe contro, a cominciare dai dinosauri tipo Felipe González e baroni vari, che sognano il ritorno al vecchio modello bipartitico del 1978 e una Grosse Koalition Psoe-Pp, magari con un Draghi che però al momento non c’è, possibilmente non col l’ala trumpista di Ayuso ma con l’ala “moderata e responsabile” del presidente della Galizia Alberto Núñez Feijóo. È probabile che decisivi saranno il voto in Andalusia a dicembre e il congresso del Psoe in autunno.


«Madrid non è la Spagna», dice Sánchez, «Madrid es España» lo contraddice la nuova star del Pp che si proietta oltre i confini della Regione di Madrid e mette sotto tiro il segretario generale Pablo Casado, stretto fra i “moderati” e gli ultrà che guardano senza remore ai fascio-franchisti di Vox a cui Ayuso dovrà ricorrere perché pur avendo più che raddoppiato i seggi gliene mancano 4 per la maggioranza assoluta.


Ayuso è l’incarnazione spagnola di Trump e Bolsonaro. Non ha neppure avuto bisogno di un programma, le è bastato il ridicolo slogan identitario “Libertad o socialismo” trascinandosi dietro nella polarizzazione selvaggia Iglesias e la sinistra: “Democracia o fascismo”. Sembra di ritornare alla maledizione inestinguibile delle “due Spagne”. Durante tutta la pandemia si è opposta sistematicamente alle misure restrittive decise e imposte dal governo centrale: «Vivir a la madrileña», diceva. La Comunità di Madrid, la più ricca di Spagna, presenta i peggiori indicatori sociali del paese? Non importa, ha stravinto. In realtà è il modello spagnolo che è saltato il 4 maggio a Madrid. E probabilmente oltre Madrid e oltre la Spagna. Un nuovo-vecchio scenario si è aperto. E, salvo colpi di coda, non promette bene.

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Mercoledì 12 Maggio 2021

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