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La morte in diretta. Corrispondenza da Washington

di

Anna Luisa Ferro Mäder
L’inferno comincia martedì poco prima delle nove del mattino (in Europa sono le tre del pomeriggio). Sono in tanti ad osservare quell’aereo di linea che vola troppo basso e che inspiegabilmente va a schiantarsi contro uno dei grattacieli gemelli del World Trade Center. Questi due edifici, costruiti negli anni ’70, sono alti 110 piani e ospitano di fatto una città nella città: all’interno ci sono uffici, borse merci, negozi, ristoranti, musei. I turisti arrivano ogni giorno numerosi per poter salire all’ultimo piano ad ammirare una tra le viste più mozzafiato di New York. Il complesso ha già conosciuto un attentato nel 1993: aveva provocato sei morti e almeno 1000 feriti. Dopo l’impatto, fuoco e fumo escono dagli ultimi piani dell’edificio. Passano 18 minuti di incredulità e un secondo aereo di linea colpisce, questa volta in diretta televisiva, anche l’altro grattacielo. L’impatto genera una fiammata enorme. È il panico. La city si ferma incredula. L’attacco non si ferma a New York. Quasi contemporaneamente, a Washingon un aereo-bomba prende di mira il Pentagono, la sede della sicurezza americana, e lo colpisce duramente ad un fianco. Su quell’aereo c’era anche Barbara Olson, una nota commentatrice politica nonché moglie del procuratore generale degli Stati Uniti. Col suo cellulare riesce ad avvisare il marito che l’aereo è stato dirottato da persone armate di coltelli. Poco dopo c’è l’impatto fatale. Un’ala del Pentagono prende fuoco e l’edificio deve essere evacuato. Il fuoco continua a bruciare per ore e ore e illumina la prima notte dopo l’attacco. L’11 di settembre è una data destinata ad entrare nella storia americana. Le agenzie di stampa annunciano altre esplosioni al Campidoglio, la sede del parlamento, e in altri edifici pubblici della città. Si riveleranno falsi allarmi. La Casa Bianca è deserta. Il presidente è andato in Florida. È lui a parlare per primo di «attacco terroristico». Da parte di chi? Si chiede il mondo puntando lo sguardo al Medio Oriente e a Osama Bin Laden, ma senza avere la risposta giusta. Da Pittsburgh, intanto, giunge la notizia di un aereo di linea caduto in una zona poco abitata. È quasi sicuramente un altro aereo-bomba che per una qualche ragione ha mancato il suo obiettivo. A questo punto l'aeronautica decide di richiamare tutti i voli a terra. Gli aeroporti di Los Angeles e San Francisco, dove erano diretti i velivoli usati dagli attentatori, sono evacuati. Gli Stati Uniti si fermano e si ritrovano isolati dal resto del mondo. I voli internazionali in arrivo sono dirottati in Canada. La paura comincia a contagiare anche l’Europa. Le borse, che si erano riprese dal lunedì nero, ritornano a cadere a picco e bruciano in poche ore i guadagni di anni. Il petrolio schizza alle stelle, mentre da New York giunge notizia del primo grattacielo che cade. L’altro crollerà poco dopo. La city è scossa da boati paurosi accompagnati da nuvole di polvere e calcinacci. La gente scappa mentre le telecamere inquadrano impietose la loro disperazione. Il computo delle vittime Quanta gente è sotto le macerie ? L’American e la United Airlines precisano che a bordo dei 4 aerei c’erano 266 persone (tra di loro vi è anche uno svizzero). Sotto le macerie dei due grattacieli di New York sono finiti 78 poliziotti e 300 vigili del fuoco, tra i quali anche il capo dei pompieri di New York. Tantissima gente manca all’appello: si stima che i morti siano 1400 e altrettanti i dispersi. Le testimonianze sono agghiaccianti. Un pompiere racconta di aver parlato con una squadra di colleghi, che si trovava al quinto piano sino al momento del crollo, quando le comunicazioni si sono interrotte. Anche un ragazzo ha parlato col cellulare con la madre intrappolata nei piani alti di uno dei due edifici. Anche in questo caso il crollo ha interrotto il filo di speranza. In pochi secondi i simboli dell’America sono ridotti ad un cumulo di macerie. Centimetri di polvere ricoprono i marciapiedi delle strade più ricche del mondo. Ci vorranno giorni per ridare a questi luoghi una parvenza di normalità. A New York come a Washington le strade del centro si ritrovano nel caos. Le sirene dei pompieri e delle ambulanze echeggiano sin nei tranquilli quartieri residenziali. Chi può resta in casa, mentre nei cieli della città appaiono i primi aerei ed elicotteri a pattugliare un cielo insolitamente deserto. Basti pensare che solo da Washington parte normalmente ogni mezz’ora un aereo diretto a New York e viceversa. Nella città della mela il caos è indescrivibile. Gli ospedali hanno bisogno di sangue. I pompieri continuano a lottare contro le fiamme che ormai si sono propagate ad altri edifici. Comincia il terribile momento della ricerca tra montagne di detriti. Estrarre qualcuno ancora in vita sembra un’impresa impossibile. La solidarietà contagia la città. Molte persone si offrono per donare sangue, mentre altre arrivano a cercare notizie dei familiari che lavoravano negli edifici sconvolti dal crollo. A Washington tutti gli uffici pubblici sono chiusi e la città è posta in stato di allerta. Il presidente si tiene per ore alla larga dalla capitale. Misure di sicurezza fanno scattare piani speciali. Ritorna solo in serata quando la città sembra di nuovo sicura. È lui in un appello alla nazione fatto dall’ufficio ovale a fare il primo bilancio di questa che appare come la prima giornata di una guerra mai dichiarata. Sotto le macerie ci sarebbero migliaia di morti. «Il nostro è un paese forte. Gli attacchi terroristici possono scuotere le fondamenta dei nostri edifici più grandi, ma non possono toccare le fondamenta dell’America. Questi attacchi hanno distrutto l’acciaio, ma non possono intaccare l’acciaio della risolutezza americana» afferma il presidente deciso a punire i colpevoli ovunque si trovino, ma anche a far breccia nei cuori degli americani. «Gli Stati Uniti daranno la caccia e puniranno i responsabili di questi atti di vigliaccheria» afferma Bush precisando che non si farà distinzione «tra i terroristi che hanno commesso questi atti e coloro che li ospitano». Ferito l’orgoglio americano Questi attentati hanno sicuramente ferito l’orgoglio nazionale americano. I servizi segreti sembrano essere stati presi alla sprovvista. In ogni caso non sono riusciti a prevenire gli attacchi che a molti ricordano, per analogia Pearl Harbor, il famoso bombardamento a sorpresa giapponese che convinse gli Stati Uniti a partecipare alla seconda guerra mondiale. Per qualcuno gli attacchi di martedì sono un’implicita dichiarazione di guerra. Ma da parte di chi ? In Medio Oriente, come in Afghanistan tutti condannano l’azione e negano un diretto coinvolgimento. Difficile capire come mai si sia osato tanto. Gli esperti sono unanimi nel ritenere che un attacco di questo tipo è opera di professionisti. Dirottare un aereo in America non è facile, figurarsi quattro contemporaneamente. Un progetto come questo – assicurano gli esperti – richiede un’estrema pianificazione e coordinamento. I dirottatori hanno scelto voli diretti sulla costa pacifica perché i loro serbatoi erano più pieni. Tenere segreto tutto questo non è facile. Adesso bisognerà capire che cosa non ha funzionato e cosa si deve fare per impedire che tutto questa possa ripetersi. L’America in queste ore conta i suoi morti, solo al Pentagono i dispersi sono 800, ma comincia anche a chiedersi perché. Questi attentati aggraveranno sicuramente le sorti di un’economia che da alcuni mesi dà segni di recessione. Adesso si attende di capire come reagiranno i mercati finanziari. Davanti a Bush si apre una fase delicata e difficile. Sul piano internazionale, il presidente si trova a dover affrontare una tra le crisi più gravi degli ultimi decenni. Quella dell’aereo sui cieli della Cina sembra ora solo una cosa di poco conto. Negli uffici della Casa Bianca si stanno vivendo ore intense paragonabili forse per intensità a quelli che precedettero la decisione di entrare nella seconda guerra mondiale e ai 13 giorni della crisi di Cuba, quando Kennedy evitò per un soffio un conflitto con l’Unione Sovietica.

Pubblicato

Venerdì 14 Settembre 2001

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