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La morte di Milosevic e la voglia di giustizia

di

Alberto Bondolfi
Stavo già per scrivere una altro pezzo quando il vicino, sempre ben informato, mi comunica la notizia della morte di Milosevic. Mi sono subito deciso a cambiare tema poichè ciò che il decesso inaspettato dell’ex dittatore della Serbia ha subito evocato, mi rode interiormente da tempo. Il problema è noto ab immemorabili a chi opera nell’ambito della giustizia penale: la morte chiude inesorabilmente ogni possibilità di continuare il processo penale. Ho ascoltato alla televisione le prime dichiarazioni di Carla del Ponte ed ho letto sul suo volto il disagio provocato da una situazione per la quale non ci sono apparentemente argomenti risolutivi. Anche gli applausi di alcune donne kossovare all’ascolto della notizia non rendono l’avvenimento più facilmente interpretabile da un punto di vista politico. Quale attitudine assumere dunque quando la morte viene ad interrompere una ricerca di giustizia, imperfetta sì, ma tale da soddisfare almeno parzialmente le esigenza di tante vittime? Molte reazioni che cercano di esprimere la voglia di vendetta mediante azioni simboliche (pensiamo al cadavere di Mussolini a Milano dopo la sua esecuzione a Dongo) non risolvono il bisogno legittimo di giustizia. Sarebbe comunque impensabile tornare a riti penali tipici di società premoderne e preilluministe: rivalsersi sulla parentela dell’imputato mediante pene collettive come la confisca di ogni loro bene. Dai princìpi secondo cui “nessuna pena è possibile senza colpa” e “nessuna pena è applicabile ad altri che al colpevole” non si torna più indietro. Che fare dunque? A livello politico la risposta c’è ed è chiara: bisogna continuare nell’impegno a portare in tribunale chi si è macchiato di delitti contro l’umanità, poco importa quale sia la causa patriottca che li ha motivati. A livello morale il problema “meta-fisico” rimane: se è vero che lo scopo principale, anche se non esclusivo, della sanzione penale è quello di manifestare pubblicamente la disapprovazione morale delle azioni delittuose commesse dall’imputato, allora tale funzione non può essere esercitata nei confronti di Milosevic poichè il processo non ha potuto essere concluso e vale dunque anche per lui la “presunzione di innocenza”. Per riparare all’insoddisfazione di una simile risposta sembra facile trovare una scappatoia nel discorso religioso, ipotizzando che la giustizia divina condanni anche dopo il confine della morte. Il teologo che qui scrive non è però soddisfatto nemmeno di questa risposta. Troppe sono le remore legate a varie visioni teologiche dell’“inferno”, anche se non ho la possibilità di esprimerle su area.Non rimane altra via che quella del silenzio, non indifferente, ma solidale con tutte le vittime del sopruso umano.

Pubblicato

Venerdì 17 Marzo 2006

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