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La morsa della crisi

di

Silvano De Pietro
Continua a preoccupare la crisi nell'industria della metallurgia. Una preoccupazione sentita al massimo grado dai lavoratori, sempre più spesso protagonisti loro malgrado di pesanti ristrutturazioni. Le notizie di licenziamenti collettivi purtroppo si susseguono a ritmo incalzante sia sul piano internazionale che nazionale. In Ticino possiamo senz’altro citare alcuni casi emblematici che danno la misura delle difficoltà del settore. Si pensi alla Agie, alla Diamond, alla Mikron e alla Key Plastics, tutte ditte che stanno sacrificando migliaia di posti di lavoro. Il che, commisurato alle dimensioni ridotte del mercato ticinese, dà un’idea dell’importante crisi in atto. Sempre considerando le difficoltà dei lavoratori, ricordiamo che il prossimo giugno il sindacato Flmo dovrà rinegoziare con la controparte padronale il Contratto collettivo di lavoro che appunto scade quel mese. Abbiamo intervistato Beda Moor, segretario centrale della Flmo, responsabile del settore industria metalmeccanica ed elettrica. Beda Moor, qual è oggi la situazione nell’industria metalmeccanica? C’è crescita o recessione? In generale, questo settore è sottoposto ad una pressione enorme. Circa i due terzi, e forse anche di più, delle sue attività dipendono dalle esportazioni. In secondo luogo, molto è dovuto al corso del franco rispetto all’euro e al dollaro. E questo, evidentemente, è parecchio problematico, poiché ogni miglioramento della produttività può essere annullato dal rapporto del franco con le altre monete. Il sindacato Flmo s’è già impegnato negli anni scorsi per attirare su questa situazione l’attenzione generale, e per chiedere alla Banca nazionale d’intervenire attivamente nell’ambito delle sue possibilità. Lo stesso fa anche l’associazione padronale della metallurgia, con il suo presidente Schneider. In generale, la situazione è tesa e difficile a causa della dipendenza dalle esportazioni; ma vi sono anche alcune aziende molto ben posizionate, che non hanno problemi o che, se li hanno, riescono a tenerli sotto controllo. Altre imprese sono finite completamente fuori strada, come per esempio l’Abb, per le quali non è soltanto il valore del franco o la situazione dell’economia a creare problemi, ma anche gli errori del management. Ma che cosa è successo veramente, negli ultimi 15-20 anni, in queste imprese come l’Abb, la Von Roll, ecc.? L’Abb è un chiaro esempio di come, per ottimizzare il rendimento del capitale – dietro la spinta di personaggi come Ebner, che hanno prodotto in tal senso un’enorme pressione – si sia andati incontro ad un naufragio. Il management ha sbagliato, cercando di occupare nuove nicchie e settori di mercato per tentare di generare nuovi guadagni, invece di sviluppare una politica imprenditoriale costante, graduale, orientata alla conservazione dell’impresa. E tra i motivi c’era, non per ultimo, anche la pressione del consiglio d’amministrazione e di noti finanzieri. Quanto alla Von Roll, s’è trattato del cambiamento di una strategia consolidata. Von Roll è un’impresa antica, tradizionale, con certi valori degni di nota, con un netto profilo industriale e produttivo. Ma ha diversificato troppo, ha fatto quasi tutto quello che si può fare in Svizzera con la produzione dell’acciaio, invece di concentrarsi sulle cose importanti e farle in modo ottimale. Purtroppo, questi cambiamenti sono stati troppo grandi. Sul piano dell’occupazione, le statistiche ufficiali parlano di un rallentamento della perdita di posti di lavoro nell’industria. È davvero così? Negli anni Ottanta e Novanta abbiamo vissuto una situazione di massicce riduzioni nell’industria metallurgica ed elettromeccanica, seguita, tra la fine degli anni Novanta e il 2000, da una nuova crescita degli occupati (circa diecimila). La nostra constatazione, confortata anche dalle statistiche ufficiali, è che ora abbiamo nell’intero settore una certa stabilità, persino una leggera crescita dell’occupazione. Il motivo è che molte ditte hanno trasferito le loro produzioni e creato nuove imprese con attività diversificate, di nicchia. Prendiamo l’industria che produce materiale rotabile: Schindler, Lokomotivfabrik, Abb-Sistemi di trasporto, sono confluite nell’Ad-Trans (oggi Bombardier). Dopo aver molto razionalizzato, hanno fatto sorgere tante piccole imprese di nicchia, riportando l’occupazione nel settore al precedente ordine di grandezza. Ciò è certamente positivo e dimostra che questo settore è molto innovativo. Possiamo quindi parlare di una certa stabilità, adesso tendenzialmente calante, purtroppo; ma ci sono anche altre imprese che, nonostante ciò, si sviluppano. In generale, in Svizzera i piani sociali non esistono o sono insufficienti. Quali possibilità d’intervento ha oggi il sindacato per migliorarli? Una possibilità è data dai contratti collettivi di lavoro. Tra le nostre rivendicazioni per il rinnovo del Ccl, c’è anche quella di poter negoziare, in previsione di problemi economici e in assenza di alternative, le regole per concordare un piano sociale vincolante. Un’altra possibilità – dato che in Svizzera ci sono imprese che non si rivolgono ai partner sociali ed affermano di essere libere di fare quello che vogliono – è quella di fissare per via legislativa norme generali chiare. In questa direzione, in sintonia con l’Uss e con le altre organizzazioni a noi vicine, ci adoperiamo per far avanzare le relative proposte politiche. Come giudica il caso della Key Plastics di Novazzano, che dovendo chiudere ha offerto ai dipendenti un generoso piano sociale? Non conosco nei dettagli questo caso. Esso dimostra comunque che se un’impresa è conosciuta nell’opinione pubblica, non può sottrarsi alla sua responsabilità sociale e deve riflettere bene sul danno d’immagine e su ciò che potrebbe o dovrebbe fare sul piano sociale. In Svizzera abbiamo un mercato piccolo, che viene però percepito molto bene. E questo, forse, per una ditta multinazionale ha la sua importanza. Ma ci sono anche numerosi altri esempi di imprese straniere che comprano quelle svizzere e dopo un po’ le chiudono. Devono tuttavia sopportare le spese di queste chiusure, come già in diversi casi quali quello della tedesca Daimler-Chrysler e della francese Neopost. La gente non tollera più ciò che prima qui era forse possibile. Tra chi perde il lavoro ci sono molti frontalieri, che vengono licenziati senza ricevere particolari indennizzi. Come segue il sindacato la loro situazione? Posso riferirmi solo al recente caso della chiusura della ditta Naw di Arbon (appartenente al gruppo tedesco Daimler-Chrysler) che occupava frontalieri provenienti dall’Austria e dalla Germania. Là ci siamo chiaramente convinti che i nostri sforzi, prodotti insieme alle autorità cantonali e locali, debbano tendere innanzitutto a far sì che i frontalieri possano continuare a lavorare in Svizzera. È stato così anche nel caso della Ad-Trans di Pratteln, dove c’erano frontalieri tedeschi e francesi. Abbiamo detto: Pratteln può e deve continuare ad esistere. Pratteln c’è ancora, ed i colleghi francesi e tedeschi continuano a lavorare là. La gente sopporta meno le decisioni (e gli errori) dei manager, anche a causa dei loro stipendi esagerati. Non trova? Da una parte si deve considerare che questi alti salari sono dovuti al collegamento che si è fatto tra le attività in Svizzera e l’America. È stato un assoluto errore di valutazione. Esistono in Svizzera alcuni imprenditori che sono consapevoli dei veri valori e sanno cosa sia giusto per quanto concerne i guadagni dei loro impiegati. Purtroppo non è più sempre così; ed oggi bisogna dirlo chiaramente. Bisogna che gli stipendi dei manager vengano resi pubblici e giudicati. Questo noi l’abbiamo detto, per esempio nelle trattative salariali: se veniamo a sapere di stipendi enormemente alti per i manager e non ci riconoscete l’adeguamento al rincaro, sospendiamo la trattativa, sfruttiamo ogni possibilità contrattuale e denunciamo la cosa pubblicamente. Dunque, c’è una carenza di etica nell’industria svizzera? In alcuni casi, certamente. Ma l’etica non concerne soltanto le remunerazioni: ha a che vedere anche con il modo di trattare i collaboratori. Nelle aziende sottoposte al Ccl abbiamo fissato dei punti contrattuali fermi: protezione della salute, parità tra uomini e donne, niente discriminazioni tra svizzeri e stranieri, e così via. Certo, non si può escludere che anche in queste aziende succeda qualcosa; ma è nostro dovere impegnarci nella vigilanza e per migliorare le condizioni. In altri settori, dove non abbiamo relazioni contrattuali, la tendenza è certamente peggiore. Le trattative per il Ccl Signor Moor, a che punto sono le trattative per il rinnovo del contratto collettivo di lavoro (Ccl) nell’industria metalmeccanica? Il negoziato è stato avviato in dicembre ed attualmente prosegue in piccoli gruppi di lavoro, nei quali cerchiamo di stabilire con la controparte le rispettive posizioni sui diversi temi. Sullo stato delle trattative posso solo dire che sono iniziate, ma è troppo presto per dire se vanno bene o male, se progrediscono o meno. In ogni caso, quali sono i punti salienti di questo negoziato? Sono quelli contenuti nel nostro catalogo di rivendicazioni, scaturito da un sondaggio della nostra base ed approvato dalla conferenza professionale dell’industria. Si tratta in particolare della durata del lavoro, che va meglio definita e migliorata nella sua dimensione annuale e in rapporto a tutta la vita lavorativa (e quindi al pensionamento anticipato), invece di considerare soltanto la riduzione dell’orario di lavoro settimanale. E questo, anche per tener conto degli aspetti della salute e dell’ergonomia. Vi sono poi i temi relativi al salario: nel Ccl dell’industria metalmeccanica non vi è un regolamento in materia, ed i salari vengono definiti a livello aziendale. Non esiste un minimo salariale; quindi, con l’entrata in vigore della libera circolazione delle persone nell’Ue, occorre stabilire chiare regole nel Ccl per impedire eventuali abusi. È una materia che vogliamo regolare settore per settore, e non soltanto in seno alle commissioni tripartite, previste dal Consiglio federale e dal Parlamento, alle quali partecipiamo con i cantoni e i datori di lavoro. Il sindacato Flmo e la sua base sono pronti a difendere queste rivendicazioni anche con lo sciopero? È troppo presto per dirlo: fino a fine giugno siamo legati all’attuale Ccl. Tutto dipende da come procederanno le trattative. Ma penso che i colleghi saranno disposti a lottare per un buon Ccl, come cinque o dieci anni fa. I colleghi del Sei hanno però dovuto fare uno sciopero nazionale per ottenere il pensionamento anticipato nell’edilizia. È chiaro che un risultato si ottiene anche negoziando e trovando un accordo con l’associazione padronale. Nel caso del Sei, i datori di lavoro volevano rimettere in discussione il risultato dell’accordo. Dovesse succedere anche nel nostro settore, penso che i colleghi sarebbero pronti a salire sulle barricate. Una cosa che è stata concordata dev’essere realizzata: non si può accettare che poi si dica “ci siamo ingannati” o “non è tutto chiaro” e così via.

Pubblicato

Venerdì 31 Gennaio 2003

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