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Lavoro e sfruttamento

La moda di lasciare i lavoratori in mutande

È un furto di salario quello subito a causa del Covid da milioni di persone della filiera mondiale dell’abbigliamento nei paesi asiatici: dati e testimonianze

di

Marina Forti

Nella primavera del 2020, milioni di lavoratori nell’industria dell’abbigliamento in Asia sono precipitati in un circolo vizioso di povertà e debiti. È una delle conseguenze meno raccontate della pandemia di Covid-19. Infatti durante i confinamenti ovunque in Europa sono crollate le vendite: ma gli abiti venduti qui sono prodotti per lo più in Asia, dunque è là che le fabbriche si sono fermate.

 

Una rete di sindacati di sei paesi asiatici ha cercato di documentare l’impatto di questa “recessione da Covid-19” nella filiera internazionale dell’abbigliamento, con una ricerca condotta in sei paesi produttori. «Abbiamo documentato come milioni di lavoratori abbiano visto crollare il proprio reddito. E poiché in tempi normali hanno salari al limite della sopravvivenza, non avevano margini per resistere neppure un solo mese», spiega Annanya Bhattacharjee, coordinatrice internazionale della Asia Floor Wage Alliance (Afwa), rete di organizzazioni di lavoratori di India, Pakistan, Bangladesh, Sri Lanka, Cambogia e Indonesia.

Con il titolo Money Heist, “furto di denaro”, la ricerca descrive una «crisi umanitaria devastante e prolungata». Sostiene che durante la pandemia si è consumato un vero e proprio «furto di salario» ai danni di milioni di lavoratori, e che le marche occidentali della moda pronta ne sono direttamente responsabili (https://asia.floorwage.org/money-heist-covid-19-wage-theft-in-global-garment-supply-chains/)


Il punto è che quando le vendite sono crollate, le marche di abbigliamento hanno cancellato le ordinazioni. Perché i proprietari dei marchi si limitano a mettere in commercio abiti che fanno produrre da aziende sparse per lo più in Asia. La relazione si pretende puramente commerciale: i proprietari dei marchi sono i “compratori”, le aziende produttrici sono i “fornitori”. È un sistema competitivo, si aggiudica la commessa chi offre il prezzo più basso.

Dunque quando è arrivata la “crisi da Covid”, le aziende occidentali hanno contenuto il danno scaricandolo sui loro “fornitori”: molti hanno rifiutato di prendere (e pagare) ordinazioni già fatte e perfino già pronte alla consegna (lo hanno documentato reti internazionali come la Campagna abiti puliti, la Afwa o il Worker’s Rights Consortium). I fornitori, in difficoltà, a loro volta hanno scaricato la crisi sui lavoratori.

 

La ricerca

Per comporre questo quadro, sindacalisti e ricercatori hanno intervistato 2.185 lavoratori in 189 fabbriche nei sei paesi rappresentati dalla Asia Floor Wage Alliance, che riforniscono una quindicina di note marche occidentali di abbigliamento. Hanno chiesto quanti hanno perso il lavoro, a quanti è stato decurtato il salario; se hanno ricevuto aiuti dalle aziende o da enti pubblici, o altri; se hanno ritrovato un lavoro.
Il risultato fa impressione. «Mi hanno lasciata a casa da metà marzo a inizio giugno, nel primo lockdown. Poi hanno licenziato i dipendenti con meno anzianità mentre a quelli con 4 o 5 anni di esperienza, come me, hanno raddoppiato i target di produzione», racconta Prisha, operaia in una fabbrica in Sri Lanka che produce per Levi Strauss & Co. «Ma nessuno riusciva a reggere i nuovi ritmi, entro settembre eravamo state tutte licenziate. Ho ricevuto solo parte della liquidazione; hanno promesso di pagare il resto entro tre mesi, ma sei mesi dopo non ho ancora visto nulla».
La sua esperienza è comune. «La mia fabbrica ha chiuso per il Covid nell’ultima settimana di aprile, ma ci hanno sospeso il salario per l’intero mese e imposto un’aspettativa non pagata. Il governo ha dato un sussidio di 5.000 rupie srilankesi [26 dollari], un quarto di quello che avrei guadagnato in tre settimane», spiega Eromi, che lavora per un fornitore di Next.


Salari e liquidazioni non pagati non sono una novità. «È la forma più devastante di sfruttamento del lavoro, anche se non l’unica», spiega Annanya Bhattacharjee: «Un vero proprio furto ai danni di milioni di lavoratori». Ma «durante la pandemia, per paura di restare fuori quando la fabbrica riapre, pochi hanno protestato».
Qualcuno ne ha approfittato per disfarsi delle lavoratrici sindacalizzate, spiega Amira, che lavora per un fornitore di Levi’s a Dhaka, Bangladesh: «In maggio ci hanno lasciato a casa perché il cliente aveva cancellato le ordinazioni. Poi gli iscritti al sindacato come me non sono stati ripresi. Non ho neppure avuto la liquidazione».


Restare senza salario significa una rapida discesa nella povertà. «Io e mia sorella abbiamo impegnato le catenine d’oro per pagare l’affitto e mandare qualcosa ai genitori, al villaggio», dice Prisha. In India, Bangladesh, Sri Lanka spesso le operaie sono giovani immigrate da zone rurali, e da loro dipendono le cure per i vecchi o la scuola dei fratellini.
«Ci hanno lasciato a casa luglio e agosto pagando solo metà del salario; in settembre ci hanno ripreso con contratti di tre mesi. Così abbiamo perso l’assicurazione malattia e la sicurezza sociale» dice Sari, che lavora per il fornitore di The Children’s Place presso Jakarta, in Indonesia: «Da allora devo fare debiti per pagare le cure di mia madre malata e la scuola dei miei figli».


Molti si sono indebitati. «Non ho ricevuto stipendio in aprile e maggio 2020. Ho impegnato i gioielli del matrimonio per pagare la scuola di mio figlio: è il primo della famiglia che va al college, non volevo che rinunciasse solo perché siamo poveri. A volte non dormo la notte pensando ai debiti che ho fatto», dice Ashok, lavoratore interinale nella fabbrica che rifornisce Walmart a Tirupur, India. Molti in effetti parlano di fratelli che hanno lasciato la scuola per cercare lavoro: la crisi peserà sulle generazioni future.


Annanya Bhattacharjee osserva che la pandemia non ha fatto che aggravare e rendere più evidenti meccanismi intrinsechi alla filiera dell’abbigliamento, e in particolare «la sistematica elusione di salario». La ricerca quantifica questo «furto di salario»: solo nelle 189 fabbriche considerate, che occupano 494 mila persone, sono stati sottratti ai lavoratori almeno 157 milioni di dollari nel 2020. Tre quarti di quei lavoratori sono scivolati sotto la “soglia di povertà” definita dalla Banca Mondiale. Le donne sono particolarmente colpite. E a oggi, i salari non sono ancora tornati ai livelli pre-pandemia.


«I governi asiatici hanno reagito offrendo agevolazioni alle imprese e qualche sussidio ai lavoratori. Ma non un solo governo ha richiamato le marche occidentali alle loro responsabilità», nota Bhattacharjee. La Afwa chiede un “nuovo contratto sociale”, un meccanismo globale di protezione sociale per i lavoratori.
Intanto, a Bangalore alcuni sindacati sostenuti da Afwa hanno avviato un ricorso contro H&M, che ritengono corresponsabile di violazioni verso i lavoratori locali poiché, sostengono, l’impresa svedese ha il totale controllo su ritmi e condizioni di lavoro in fabbrica. Analoga azione legale è stata lanciata in Sri Lanka; là i sindacati parlano di “datori di lavoro ombra” corresponsabili dei salari non pagati alle operaie di Katunayake, presso Colombo. Operaie che con i propri mancati salari hanno permesso alle imprese occidentali di salvaguardare i profitti durante la crisi.

Pubblicato

Venerdì 1 Ottobre 2021

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