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La minaccia degli spaccaprezzi

di

Gianfranco Helbling
Tommaso Pedicini
Aldi e Lidl stanno per partire alla conquista del mercato svizzero, l’isola dei prezzi alti nel cuore dell’Europa. I due colossi della distribuzione tedesca, famosi per la pressione al ribasso che praticano sui prezzi e sulle condizioni di lavoro dei dipendenti, vogliono fare le cose in grande: Aldi intende aprire 60 supermercati nel nostro paese e per ora ha inoltrato una dozzina di domande di costruzione, Lidl ha l’obiettivo di metterne in esercizio 80 entro i prossimi 5 anni. Per loro i tempi d’azione sono ristretti, anche perché gli basta poco per aprire un negozio: non c’è bisogno di un bell’arredamento, un capannone industriale è più che sufficiente, i supermercati di Aldi e Lidl assomigliano più che altro a dei depositi. Sembra così giunta al capolinea l’autarchia nazionale delle grandi catene di distribuzione svizzere, che nemmeno la francese Carrefour (ferma al 3 per cento di quota di mercato dopo quattro anni) è riuscita a scalfire. Attualmente Coop e Migros controllano il 73 per cento del mercato della vendita al dettaglio. L’arrivo di Aldi e Lidl produrrà un ulteriore salto di qualità nella guerra dei prezzi che già oggi vede coinvolte le grandi catene di distribuzione in Svizzera. Secondo gli esperti Aldi e Lidl possono proporre prezzi inferiori del 60 per cento rispetto a quelli praticati da Migros e Coop. La reazione di Denner, la più famosa catena discount svizzera, non s’è fatta attendere: già si promettono riduzioni dei prezzi del 30 per cento. Anche Pick Pay prova a reagire: ha annunciato una riduzione dell’assortimento da 4 mila 300 a 2 mila 300 articoli e un ribasso dei prezzi compreso fra il 5 e il 10 per cento. Affinché l’entrata sul mercato svizzero sia redditizia Aldi e Lidl dovrebbero disporre ognuno di almeno 60 supermercati. E qui sta il problema: le procedure per il rilascio delle licenze edilizie potrebbero rallentarne notevolmente l’avanzata. E ad alcuni progetti i due colossi tedeschi del discount hanno già dovuto rinunciare: ad Emmen Lidl s’è visto negare la licenza di costruzione perché il comune era preoccupato per il traffico che il centro commerciale avrebbe generato. In questo servizio vi proponiamo un ritratto della “filosofia Aldi & Lidl” così come viene applicata in Germania e una prima reazione sindacale alla notizia del possibile sbarco dei due colossi del discount in Svizzera. In tempi di disoccupazione di massa, perdita di valore dei salari e continui tagli allo Stato sociale, le grandi catene di supermercati con offerte a basso costo figurano in testa nella lista di chi moltiplica i propri profitti grazie alla recessione in atto in Germania. Le offerte dei discount, infatti, sono alla portata anche delle persone meno abbienti e delle famiglie numerose. Per pochi euro in queste catene si possono acquistare anche frutta e verdura, magari non freschissime, ma mangiabili e a prezzi imbattibili. I discount offrono ogni settimana persino capi di abbigliamento, calzature, biciclette, computer e tecnologia digitale. La qualità della merce lascia spesso a desiderare ma i clienti, quasi sempre, non hanno alternative, visto lo scarso peso del loro potere d’acquisto. Aldi e Lidl sono le due aziende di questo settore che da anni primeggiano nel panorama tedesco ed europeo per entrate e numero di dipendenti. Sui motivi che stanno alla base del successo di Aldi e Lidl, in Germania negli ultimi tempi si è aperta, però, una polemica, dopo che i sindacati da una parte e alcuni organi di stampa dall’altra hanno cominciato a fare luce sulle condizioni di lavoro che le direzioni dei due discount impongono ai lavoratori (cfr. già area n. 20-21 del 14 maggio 2004, pag. 3). La regola da Aldi e Lidl è quella di assumere prevalentemente donne, stranieri e lavoratori scarsamente qualificati, tutte categorie facilmente ricattabili, a cui le due aziende possono permettersi di pagare salari più bassi di quelli previsti dai contratti collettivi, di imporre straordinari non retribuiti e turni di lavoro massacranti. Che Aldi e Lidl siano le uniche due grandi aziende tedesche a non avere praticamente commissioni interne è una conseguenza del completo rifiuto delle due imprese di intrattenere rapporti con i sindacati. I lavoratori che in passato hanno tentato di organizzarsi e dar vita a proprie rappresentanze hanno dovuto fare i conti con rappresaglie da parte dei vertici delle due aziende. Mobbing, accuse di furto o danneggiamento hanno obbligato i lavoratori a scegliere tra una rapida marcia indietro e il licenziamento. Il sindacato del terziario Verdi, che ha raccolto numerose testimonianze in merito alle pessime condizioni di lavoro nei due discount, ammette di avere le mani legate. La completa chiusura da parte delle aziende e la paura dei lavoratori di essere licenziati, in caso di rivendicazioni, non lasciano molti margini di manovra. L’ipotesi estrema potrebbe essere quella di lanciare una campagna di boicottaggio dei prodotti delle due catene, ma questo è un passo molto difficile da compiere, anche per un sindacato combattivo come Verdi. Anche un importante quotidiano come la “Süddeutsche Zeitung”, che nei mesi scorsi ha denunciato il clima aziendale di Aldi in una serie di articoli, ha subito immediatamente le ritorsioni dell’azienda: le inserzioni pubblicitarie del discount, infatti, sono state ritirate improvvisamente da tutte le pubblicazioni del gruppo editoriale di Monaco di Baviera. «Colpirne uno per educarne cento», così avrà pensato Karl Albrecht, proprietario di Aldi Süd, la fetta più cospicua dell’impero diviso col fratello-rivale Theo, a sua volta proprietario di Aldi Nord. Dopo anni di liti e aule di tribunale, Karl e Theo si sono spartiti l’impresa in sfere di influenza geografica e da allora si ignorano, salvo adottare la medesima politica aziendale con lavoratori, sindacati e mass media. Ci sarebbe piaciuto rivolgere qualche domanda ai vertici dell’azienda – o almeno ad un addetto stampa –, avremmo voluto sentire anche la versione di Aldi, oltre a quella dei sindacati, sulle condizioni di lavoro nelle loro filiali. La nostra curiosità, però è rimasta inappagata. Della “filosofia imprenditoriale” di Aldi fa parte, infatti, anche una completa chiusura nei confronti dell’informazione: non esiste nemmeno un recapito telefonico della sede centrale. Certo si può scrivere o mandare una mail, ma risposte a domande critiche non sono previste. Provare a parlare col direttore di una filiale? Neanche a pensarci, alla sola vista di un taccuino o di un microfono il poveretto comincerà a tremare e a ripetere disperato grado, numero di matricola e che non è autorizzato a rilasciare interviste. Meno male che l’azienda ha pensato ad un sito internet dove si trovano elencate tutte le sedi tedesche ed estere del gruppo, le offerte del mese e le risposte ad una serie di domande. Peccato, però, che le domande la direzione di Aldi se le sia poste da sola e che tra esse figurino temi come la presunta freschezza dei prodotti e la capienza dei parcheggi, ma non si parli di salari e commissioni interne. Delusi da Aldi abbiamo provato con Lidl. L’azienda di Dieter Schwarz un recapito telefonico lo ha ed ha persino un ufficio stampa la cui responsabile, in un primo momento, ossia fino a quando le domande sono state di carattere generale, si è rivelata gentilissima. Quando poi però ci siamo trasferiti sul terreno minato delle condizioni di lavoro nelle filiali e dei rapporti coi sindacati, dall’altro capo del telefono la voce si è fatta improvvisamente di ghiaccio e ci è stato consigliato sbrigativamente di inviare le domande per iscritto direttamente alla direzione. Poco ci è mancato che ci intimassero di trovarci un buon avvocato. Se questo è l’approccio di Aldi e Lidl con i mezzi d’informazione, non fatichiamo a immaginare quale clima regni realmente all’interno delle due aziende. Forse è meglio ricordarsene la prossima volta che andiamo a fare la spesa.

Pubblicato

Venerdì 2 Luglio 2004

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