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Lavoro & Sicurezza

La mia prigione di massima sicurezza

Davide Donini, l’operaio avvelenato con il berillio dal suo ex datore di lavoro e costretto al trapianto dei polmoni, racconta la sua vita da recluso

di

Vito Robbiani

Durante l’emergenza sanitaria e le varie fasi di riapertura si è parlato molto di sicurezza sul posto di lavoro. La Suva si è messa a verificare se nelle aziende fosse presente il liquido disinfettante e se le distanze fossero rispettate. Uno zelo che, alla luce di quello che ha vissuto un operaio italiano in una fabbrica ticinese, sembra quasi eccessivo.

Il 4 maggio 2018 andò in onda un reportage di Falò (la rubrica di inchieste della Rsi), che ho realizzato assieme al collega Gioele Di Stefano. Abbiamo dato come titolo all’inchiesta: “A me manca la vita”, le ultime parole espresse dal protagonista nel servizio. Davide Donini  è stato operaio frontaliere presso la Brogioli Sa di Monteggio, fabbrica specializzata in oreficeria e microfusione di metalli preziosi. Della sua vicenda ne aveva scritto anche area.

 

Leggi anche: «L'impresa li avvelena e nessuno la ferma»


In questa azienda, lavorando in fonderia, si è ammalato di berilliosi, malattia professionale che attacca i polmoni, spesso confusa con la sarcoidosi. Questa malattia è causata dall’esposizione al berillio e ai suoi composti, anche se lui ci ha più volte detto: «A me dicevano che lavoravamo il bronzo». Le misure di protezione erano minime se non addirittura inesistenti. Due elementi questi, protezione e negata informazione, che dovrebbero essere sufficienti per un’inchiesta penale.
Davide, dopo la diagnosi, ha vissuto per 3 anni con la bombola d’ossigeno, per sopravvivere ha poi dovuto subire un trapianto di polmoni. Un’operazione molto rischiosa e una volta fatta non ti riporta alle condizioni di vita precedente.

28 pillole al giorno
Oggi la sua quotidianità è dettata dall’ingestione di 28 pillole da prendere a orari regolari tra le 8.00 e le 20.00. La Suva è conosciuta come assicuratore, ma ha anche il ruolo di controllore delle aziende per le questioni di prevenzione delle malattie professionali. Un doppio ruolo che è una anomalia del sistema elvetico, e che si presta a conflitti di interesse.


Presso la Brogioli i controlli sono stati pochi, tutti concordati in anticipo. La Suva ha impiegato 3 anni e mezzo prima di riconoscere la malattia di berilliosi a Davide, e di conseguenza ad indennizzarlo e garantirgli una rendita. L’anno scorso l’Assicurazione Invalidità ha provato addirittura a ridurgli la rendita al 52%, pretendendo che potesse ancora lavorare. Davide oltre ad essere indebolito, è un caso a rischio: «Una influenza con bronchite potrebbe mettermi in seri guai», è dal trapianto che lui vive con la mascherina.


«Durante la pandemia mi sono sentito doppiamente isolato, come in una prigione di massima sicurezza», una reclusione forzata che oggi tutti abbiamo provato, forse ci dovremmo sentire un po’ più vicini e solidali con questo lavoratore italiano che si è ammalato in una fabbrica svizzera.
Dopo la diffusione del servizio e la denuncia penale inoltrata dall’avvocato Giovanni Cianni, già nel novembre del 2017, la Procura ticinese ha aperto un’inchiesta. Sono stati sentiti diversi testimoni, ma ahinoi la cosa si è arenata.


Mentre gli ammalati di berilliosi continuano ad aumentare, 3 sono stati gli operai che hanno dovuto subire un trapianto di polmoni, 6 in più sono gli operai con problemi polmonari seri da dopo la diffusione del reportage.
Grazie a un’interrogazione parlamentare di Matteo Pronzini dell’Mps, si scopre che negli ultimi 15 anni 27 collaboratori della Brogioli Sa hanno presentato una domanda di Ai (la ditta impiegava circa 100 operai), 16 di loro hanno beneficiato di una rendita di durata determinata o indeterminata. Tra questi, 5 casi per affezioni del sistema respiratorio e due di loro a seguito dell’esposizione al berillio. Costo totale per le prestazioni Ai: 1,5 milioni di franchi. Nel frattempo sono passati 2 anni e sono aumentati i casi e naturalmente i costi. Senza considerare le spese di verifica, dato che la Suva non accetta le diagnosi italiane e fa rifare completamente ogni analisi medica.

Dove erano i controllori?
Strano che questi dati non siano stati campanelli d’allarme per una vera e approfondita verifica in fabbrica sulle condizioni di lavoro degli operai da parte della Suva e di altri enti di vigilanza. Senza scomodare questioni etiche, umanitarie e di correttezza sociale, e volessimo solo parlare di soldi, l’impresa di Monteggio ha generato dei costi assicurativi enormi, riversati sui contribuenti, operando in barba alle disposizioni di sicurezza, in maniera scellerata se non criminale.


Scelleratezza dimostrata più volte, anche da un punto di vista ambientale, come quando per recuperare dei metalli preziosi, venivano accesi dei veri propri falò a cielo aperto nel campo di fronte alla fabbrica. Oggi la fonderia è stata chiusa, a detta della ditta per ragioni commerciali, ma i malati, un po’ come per i casi dell’amianto, sono in continuo aumento.
Donini, dalla sua prigione di massima sicurezza – nel limite delle sue condizioni fisiche – continua a praticare il suo sport preferito: la bicicletta. Il suo tour oggi lo fa girando attorno a casa, mentre il suo sogno è sempre quello di fare il “Coast to Coast” americano, un giro che rimane una speranza che gli dà il fiato per sopravvivere.

Pubblicato

Martedì 13 Ottobre 2020

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