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La mia cura per il paese

di

Claudio Carrer

È ticinese, ma soprattutto socialista, ha la politica nel sangue, vanta una lunga e solida esperienza a livello parlamentare ma anche sul piano dell'impegno civile, in particolare in favore delle donne, dei migranti e degli inquilini. Di professione è medico (di famiglia, ci tiene a precisare), è sposata e madre di due ragazzi. Marina Carobbio Guscetti, 45 anni, tra qualche settimana potrebbe diventare l'ottavo consigliere federale ticinese nella storia della Confederazione, la prima donna e il primo rappresentante socialista (dopo tre radicali e quattro democristiani) del cantone ad accedere alla prestigiosa carica.

 

L'elezione da parte dell'Assemblea federale si terrà il 14 dicembre, ma Marina Carobbio si gioca tutto (o quasi) quest'oggi con l'audizione davanti al gruppo parlamentare socialista alle Camere federali, che dopo aver sentito i pretendenti dovrà designare i due (o tre) candidati da sottoporre al giudizio delle Camere. Dovesse farcela a entrare in questa rosa di nomi, le sue chance sarebbero reali. La strada appare tutta in salita, perché non è mai successo nella storia che un seggio occupato da un ministro romando (in questo caso da Micheline Calmy-Rey, che lascerà a fine anno) venisse "ceduto" a un italofono. E poi la ticinese deve fare i conti con gli altri pretendenti, in particolare con due figure di peso come il senatore friburghese (già presidente del Consiglio degli Stati) Alain Berset e il consigliere di Stato vodese Pierre-Yves Maillard che ormai da qualche anno sono considerati candidati "naturali" alla successione della consigliera federale ginevrina. Un po' meno ostica appare la sfida con il vallesano Stéphane Rossini. In ogni caso, Marina Carobbio è tutt'altro che un'outsider, come dimostra l'attenzione riservata alla sua candidatura dalla stampa nazionale. L'abbiamo incontrata nei giorni scorsi.

 

Signora Carobbio, quando ha pensato per la prima volta a una candidatura al Consiglio federale?

Non sono andata a Berna con questo obiettivo e tantomeno ho orientato la mia azione politica in funzione di ciò. Ho iniziato a pensarci quest'anno, una volta saputo delle intenzioni di Micheline Calmy-Rey e aver percepito che c'è apprezzamento per il mio lavoro all'interno della deputazione socialista e che la mia non sarebbe stata una candidatura alibi vuota di significato.

Come figlia di Werner Carobbio, leader storico della sinistra ticinese e consigliere nazionale per 24 anni, lei è cresciuta "a pane e politica". Quanto ha contato questo contesto famigliare per la sua crescita?

Sicuramente tanto. Ancora oggi discuto molto di politica con mio padre. Ma anche con mia madre, che essendo meno conosciuta viene menzionata meno, ma che pure ha avuto un ruolo importante nella mia formazione politica, così  come gli altri membri della mia famiglia. Crescere in questo ambiente mi ha consentito sin da giovanissima di entrare in contatto con figure importanti della sinistra e di vivere una politica che era fatta soprattutto di partecipazione collettiva. Oggi invece anche in questo ambito sembra prevalere un certo individualismo.

In un certo senso le è pesato o le pesa essere etichettata come "figlia di"?

All'inizio, penso ai miei primi anni in Gran Consiglio, è stato difficile farmi apprezzare per il lavoro che svolgevo: ero sempre solo la figlia di Werner Carobbio. Ma poi, col tempo, forse anche grazie al fatto che ho assunto la carica di capogruppo, la mia autonomia e la mia indipendenza sono state riconosciute. Tant'è che la figura di mio padre in relazione alla mia persona  è tornata a essere evocata con insistenza in questa circostanza della mia candidatura al Consiglio federale dopo anni in cui ciò non accadeva più.

Lei viene considerata una rappresentante dell'ala sinistra del partito. Si riconosce in questa collocazione?

Concepisco la politica come un'attività fatta soprattutto di una forte presenza nella società (a livello associativo e di movimento) e che non si limiti al lavoro istituzionale. In questo senso penso di rappresentare bene la linea del Partito socialista ticinese. Ma anche di quello svizzero, del quale sono vicepresidente. Nella realtà nazionale (dove la dialettica interna dà più visibilità alle correnti) ci sono forse esponenti più moderati di me, ma è giusto che sia così. Piuttosto credo che sia assolutamente indispensabile recuperare la presenza di personalità del partito all'interno dei sindacati e delle organizzazioni che si occupano di inquilini, di stranieri e di tutte le categorie sociali più deboli, perché la vicinanza con queste realtà non è solo una questione di forma ma anche di sostanza.

Quello del medico di famiglia è un osservatorio privilegiato per capire i problemi della gente?

Indubbiamente. Con le persone che vengono da me per una malattia, si affrontano inevitabilmente anche gli aspetti sociali, professionali e famigliari che essa comporta. Per me sarebbe inconcepibile non farlo. Io tra l'altro ho in cura parecchi migranti (soprattutto donne) ed assisto a titolo di volontariato molti sans-papier che purtroppo non hanno sempre accesso alla medicina. Tutto questo mi aiuta certamente ad avere una percezione dei problemi delle persone.

I suoi pazienti come reagiscono all'idea che lei li possa abbandonare se eletta in governo?

Ho percepito un certo timore, ma anche molta comprensione. Fortunatamente lavoro in uno studio medico di gruppo con altri tre colleghi che mi hanno sempre sostituita durante le mie assenze e che sono pronti a prendersi carico dei miei pazienti in caso di elezione.

Che contributo pensa di poter dare al Ticino?

Oggi c'è sicuramente un enorme distacco tra le due realtà: Berna non capisce il Ticino e quest'ultimo grida ma non riesce a farsi sentire. Il nostro cantone è una sorta di sismografo perché spesso i problemi che lo investono vengono percepiti successivamente anche Oltralpe: si pensi per esempio agli effetti della libera circolazione delle persone sul mercato del lavoro: se si fosse prestata maggiore attenzione al problema del dumping sociale e salariale che in Ticino era stato denunciato molto presto, si sarebbero potuti introdurre correttivi con un certo anticipo. Invece solo ora si sta correndo ai ripari. Lo stesso discorso vale per il fenomeno del pagamento dei salari in euro da parte di certe aziende, totalmente ignorato a Berna fintanto che era limitato al Ticino. Io stessa, dopo avere avuto l'informazione dal sindacato, l'ho segnalato con un atto parlamentare. Come consigliera federale, non potrei che lavorare per una maggiore attenzione alle realtà periferiche e di frontiera.

Nel suo partito ottiene ascolto su queste questioni? E la sua candidatura è presa sufficientemente sul serio?

C'è sicuramente interesse. Altrimenti non sarei stata chiamata, dopo poco tempo che ero in Consiglio nazionale, alla vicepresidenza nazionale del partito. Un ruolo che tra l'altro mi ha consentito di portare nel dibattito interno tutte le problematiche legate alla libera circolazione delle persone, che fino a quel momento non erano necessariamente in cima all'agenda. Percepisco dunque una certa sensibilità per le ragioni del Ticino e della Svizzera italiana e per le tematiche che più mi sono care. Per quanto riguarda la candidatura, spero che non succeda quello che è capitato negli ultimi anni in altri partiti, i quali hanno sì tenuto in considerazione la legittima aspirazione della Svizzera italiana a tornare in Consiglio federale (da dove è assente dal 1999, ndr) ma rinunciando a sostenerla fino in fondo.

La questione della rappresentanza femminile sembra un po' passare in secondo piano in questa elezione. Ciò è dovuto all'attuale composizione del Consiglio federale, a maggioranza?

Una maggioranza femminile in governo c'è da solo un anno. Non vedo perché si debba già cambiare, visto oltretutto che si è rivelata un'esperienza positiva. La rielezione di una donna rappresenterebbe un segnale importante in favore dell'uguaglianza, anche se al Ps (il primo ad avere due rappresentanti femminili in governo) non si può certo rimproverare nulla da questo punto di vista.

In linea generale, qual è il senso di una presenza socialista in un governo dominato dalle forze borghesi?

Finché si riesce a farsi portatori dei valori socialisti e a dare così un contributo nell'interesse della maggior parte della popolazione e  alla parte più debole della società, ritengo sia giusto far parte del governo. In un sistema come quello svizzero è sicuramente più utile che non unicamente da una prospettiva di opposizione. Naturalmente il Ps rimane minoritario e deve lavorare alla costruzione di alleanze con le forze centriste e moderate laddove è possibile, come è stato il caso per esempio sulla questione dell'uscita dall'energia nucleare.

Non teme di dover scendere a troppi compromessi e perdere un po' la sua identità?

No. Perché se fossi chiamata a difendere delle posizioni per dovere di collegialità, riconoscerei al mio partito il diritto (e a volte anche il dovere) di assumere posizioni diverse nonché di contrastarmi tramite iniziative e referendum.

A volte nei dibattiti pubblici lei appare come un politico scontroso, poco incline al compromesso. Che tipo di consigliera federale s'immagina di diventare?

Sono una persona che difende con fermezza le sue posizioni, ma anche cosciente, dopo tanti anni di esperienza, che in politica bisogna costruire delle alleanze per trovare delle soluzioni. Sono dunque consapevole che su certe questioni dovrò fare dei passi indietro. Quanti dipenderà dal ruolo, a mio avviso centrale, che il partito e il movimento sindacale sapranno assumere fuori dalle istituzioni, nella società: dalla loro capacità di costruire rapporti di forza più favorevoli dipende anche l'efficacia dell'azione di governo di un loro rappresentante.

Indipendentemente dal Dipartimento che le verrebbe assegnato, quali sono le sue priorità?

Al primo posto metto la creazione di una cassa malati pubblica e unica federale, che contribuirebbe ad una riduzione dei premi per gli assicurati e dunque a salvaguardare i redditi delle famiglie. La seconda priorità è la difesa del lavoro e dei lavoratori, le cui condizioni di vita possono già essere migliorate con poche misure: contratti collettivi generalizzati, salari minimi, divieto di retribuire i salariati in euro, rafforzamento dei controlli sul rispetto delle regole, sanzioni più pesanti per i trasgressori e creazione di impieghi duraturi.

Anche se oggi ormai non se ne parla quasi più, il suo partito è storicamente favorevole all'adesione della Svizzera all'Unione europea. Lei cosa ne pensa?

Questo tema non è oggi prioritario nell'agenda politica , considerando che attorno all'Europa c'è molta incerteza e che l'Europa sociale che auspicavamoè ancora ben lonata da essere raggiunta.

In cosa si sente differente dai suoi contendenti?

Il Ps sta dimostrando di avere dei candidati molto validi e competenti. Io, più che confrontarmi con gli altri, preferisco far valere il mio vissuto personale, la mia attività politica a livello istituzionale, il mio impegno nella società civile e nella mia attività professionale.

C'è un consigliere federale socialista o ex a cui lei si ispira?

Apprezzo molto le due consigliere federali in carica, ma ricordo con particolare affetto  Ruth Dreifuss, soprattutto per il suo legame col Ticino e per le battaglie condotte al  suo fianco in favore delle donne, come quella per il congedo maternità.

E una figura della storia per lei particolarmente importante?

Mi vengono in mente due figure femminili: Simone de Beauvoir, di cui ho iniziato a leggere le opere già da ragazzina, affascinata dal suo modo di essere donna e dalle battaglie che ha condotto in prima linea in favore del progresso civile, ma anche (e qui esce il mio spirito scientifico) Marie Curie (Nobel per la fisica e per la chimica) che con i suoi studi sulle sostanze radioattive ha permesso lo sviluppo della radiologia.

Pubblicato

Venerdì 25 Novembre 2011

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