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«La mia chiesa a cielo aperto»

di

Claudio Carrer
Operano nel quartiere a luci rosse di Zurigo e si confrontano quotidianamente con i lati oscuri di questa realtà: prostituzione di strada, tratta di esseri umani, consumo e spaccio di droga, storie di ordinario sfruttamento e di abusi. La loro sfida consiste nell'infondere speranza di cambiamento in persone «smarrite in un labirinto» e nell'accompagnarle verso l'uscita, se lo desiderano. Lui si chiama Peter Widmer ed è un pastore della Chiesa evangelica riformata. Lei è sua moglie Dorothé. Insieme dirigono l'associazione di pubblica utilità "Heartwings", che hanno istituito quattro anni or sono dopo aver sentito dentro di loro di «non essere fatti per una chiesa» ed aver capito che il «vero pulpito è la strada».

A raccontarci questo percorso umano e spirituale è lo stesso Peter Widmer, che ci accoglie nella sede dell'associazione, nella celeberrima Langstrasse, dunque nel cuore della Zurigo a luci rosse e a tinte fosche. Porta jeans ricamati, giacca nera con grandi disegni, basco in pelle, vistosi anelli, catene al collo e, sullo sfondo, stampato sulla maglietta, un cuore con le ali, simbolo e nome (Heartwings, in inglese) di un'organizzazione che opera «per creare speranze, per favorire la riconciliazione con sé stessi e la costruzione di nuove prospettive». «Mia moglie ed io, entrambi in passato vittime di violenze, raccontiamo alle persone come il sole è tornato a splendere dentro di noi e come il nostro cuore ha messo le ali», spiega Peter Widmer, che così descrive «il lungo percorso» che lo ha portato al capezzale dei disperati della Langstrasse: «L'intero mio passato è stato una preparazione a questa attività. Prima la dura scuola di vita, poi sei anni di Africa con mia moglie a svolgere attività umanitaria in favore di bambini orfani e per accompagnare le donne nel percorso di fuoriuscita dalla prostituzione di strada, poi il ritorno in Svizzera, gli studi in teologia e l'insediamento come pastore di una chiesa della regione di Zurigo dove sono rimasto cinque anni, e infine la scoperta della mia chiesa senza muri: la strada, un luogo per nulla religioso ma dove ci sono mani e piedi».  
Ritiene che negli edifici ecclesiastici si operi in modo sbagliato?
Il problema è che i muri delle chiese sono troppo spessi per consentire di vedere e udire ciò che capita oltre, di percepire che in ogni famiglia, in ogni posto di lavoro, in ogni ambito dove vive della gente sussistono dei precipizi.  Nelle chiese si vive in una sorta di ritiro religioso e non si sanno riconoscere i veri bisogni degli uomini. E siccome io mi sento più a mio agio in una chiesa che si trova laddove ci sono i bisogni e sono convinto che la Chiesa non debba essere un club nautico bensì una scialuppa di salvataggio, ho abbandonato il mio incarico di pastore e sono venuto qui a offrire aiuto a gente che ne necessita.
«E di questa gente ce n'è davvero tanta», prosegue Peter Widmer indicandoci per darci «un'idea delle dimensioni del bisogno» uno dei numerosi e colorati dipinti di sua moglie Dorothé che sono esposti negli spazi dell'associazione: un grande cuore rosso su sfondo viola dentro e attorno al quale sono scritti i nomi di centinaia di persone aiutate da Heartwings solo nell'ultimo anno e mezzo. E poi ci sono i dati sulla presenza di prostitute: nella sola città di Zurigo sono ufficialmente registrate tra le 3.000 e le 3.500 professioniste di cento nazionalità diverse; «Ma, visto che vi sono anche molte illegali e parecchie lavoratrici saltuarie, il numero reale è molto superiore», stima il nostro interlocutore. «Nelle strade di questa città, in particolare nei quartieri a luci rosse circolano molte persone distrutte, che hanno perso ogni speranza e con molte ferite da guarire. Ma noi diciamo loro che c'è una via d'uscita da questo labirinto, che ci sono speranze di cambiamento. E che se questo non riesce all'individuo da solo, può riuscire con un aiuto esterno».
Come nasce il contatto con gli utenti?
L'intero nostro lavoro si basa sulla fiducia, che è anche la prima cosa, oltre che la più difficile, da conquistare. In quest'ottica la nostra presenza nei bar, nei night-club, nelle strade e nelle piazze è fondamentale, soprattutto dopo la mezzanotte, quando la gente vomita sangue, grida, piange, si dispera e crolla, e dunque quando il bisogno è grande e altre forme di aiuto non sono presenti.
Se penso in particolare alle prostitute di strada, alle quali portiamo regolarmente (soprattutto nella stagione fredda) del tè, caffè e piccoli spuntini, il primo contatto è in genere piuttosto semplice ma la costruzione di un vero rapporto di fiducia richiede del tempo. A volte trascorre anche un anno prima che una donna si convinca della bontà della nostra organizzazione, ma in seguito si creano rapporti di autentica fratellanza: cominciano così a frequentare i nostri spazi e se lo desiderano le aiutiamo a realizzare alcuni cambiamenti nella loro vita che fino a quel momento consideravano impossibili.
Come si convincono le prostitute ad abbandonare l'attività?
Cerchiamo innanzitutto di farle ragionare sul valore del loro corpo, magari servendoci anche di gesti simbolici e di oggetti quali il facsimile di una banconota e un piccolo brillante. Poi si tratta di individuare i problemi che la singola donna vive (con la giustizia, con l'ufficio immigrazione, col fisco, col padrone di casa) e di avviare un percorso teso alla loro risoluzione, anche con l'aiuto di nostri collaboratori che hanno competenze specifiche nei vari campi. Dal momento che queste donne capiscono di avere qualcuno che conta le loro lacrime e sente ogni loro grido, si avviano verso la riconquista della loro dignità e della loro identità e cominciano a vedere delle prospettive, che poi col tempo si realizzano.
È più difficile operare nell'ambiente della droga?
Quelli della droga e della prostituzione sono mondi tra loro strettamente connessi: dove c'è l'una c'è anche l'altra, così come la tratta di esseri umani e altre forme di illegalità. Questa connessione è particolarmente forte nel mondo della prostituzione maschile, che spesso viene praticata per finanziare l'acquisto di droga.
Anche questo un fenomeno molto diffuso?
Certamente, sia in strada sia in diversi locali. È poi in espansione, da quando è in vigore la cosiddetta unione domestica registrata anche tra partner dello stesso sesso, il fenomeno del partenariato come merce di scambio: ormai non è raro che un attempato svizzero benestante omosessuale formalizzi l'unione con un giovane latino-americano che è interessato a ottenere il permesso di soggiorno e che è disponibile a fornire in cambio prestazioni sessuali. Spesso questi ragazzi sono molto sfruttati, manipolati e messi sotto pressione.
Il vostro intervento si rivolge anche ai clienti e agli sfruttatori?
I nostri utenti sono tutte quelle persone che vivono come smarrite in un labirinto. Tra questi ci sono dunque anche i clienti delle prostitute, sovente confrontati con problemi famigliari, di convivenza sociale e di dipendenza dal sesso. E pure i cosiddetti protettori che spesso finiscono in una sorta di spirale da cui non riescono a uscire: è addirittura successo che uno venisse da noi a chiederci di rendere visita a una donna finita in clinica psichiatrica.
Ma i protettori sono però anche uno degli ostacoli per le donne che tentano di uscire dal mondo della prostituzione...
Gli ostacoli sono molteplici: i debiti, l'età avanzata e soprattutto i rapporti di dipendenza con terze persone, in genere i locatori degli appartamenti ai quali magari devono soldi per pigioni arretrate (pigioni che di regola sono molto elevate).
I locatari degli appartamenti delle prostitute vanno considerati degli sfruttatori a tutti gli effetti?
Sono persone che fanno commercio di donne a scopo di sfruttamento sessuale e quindi si rendono colpevoli di una forma di tratta di essere umani: anche se non ricorrono alla forza bruta, mettono un'enorme pressione sulla persona. Ma nella cerchia degli sfruttatori ci sono pure i mediatori che fanno arrivare le donne in Svizzera, quelli che le aiutano a ottenere il permesso di soggiorno, quelli che insegnano loro la lingua, eccetera.

L'associazione che mette le ali al cuore
Presenza sul terreno, accompagnamento delle persone al cambiamento e prevenzione. Sono i tre pilastri che su cui poggia l'attività di Heartwings, un'associazione interamente finanziata tramite donazioni volontarie (che «ogni mese ci regalano la gioia di poter continuare con questa attività», dice Peter Widmer) e che come collaboratori impiega ex prostitute, ex tossicomani, ex sfruttatori che al termine del loro processo di guarigione iniziano ad aiutare e ad accompagnare i nuovi bisognosi. Nei locali al numero 62 della Langstrasse si tengono le consulenze personalizzate, gli incontri di sostegno, l'assistenza spirituale e, a seconda delle capacità e delle possibilità del soggetto, si abbozzano le possibili vie d'uscita. Parallelamente la struttura offre anche possibilità di svolgere attività ricreative (pittura, cucina, lavori manuali, lettura, musica, eccetera) e ginnastica, ma anche di curare il proprio corpo per esempio con dei massaggi. La squadra di Heartwings, oltre ad assistere le persone nella risoluzione pratica dei loro problemi, le segue se del caso anche attraverso visite regolari negli ospedali, nelle strutture psichiatriche, in carcere. Il lavoro di strada è la componente principale, ma un paio di giorni alla settimana vengono investiti anche nella prevenzione: nelle scuole, nei centri giovanili, nelle chiese «sensibilizziamo i giovani sui pericoli legati alla pornografia su internet (che è una sorta di porta d'ngresso al bordello, cioè un luogo di sfruttamento) e alla pratica della prostituzione, che non è un lavoro come un altro, perché colpisce il cuore nel profondo e può cambiare la personalità dell'individuo conducendolo in un labirinto da cui poi non si sa più come uscire», conclude Peter Widmer.

Pubblicato

Venerdì 8 Giugno 2012

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