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Lavoro & Dignità

La lunga marcia dei senza diritti

L’esperienza italiana nella costruzione collettiva per conquistare diritti nella nuove forme di lavoro in espansione con la pandemia

di

Francesco Bonsaver

Organizzare quel che appare inorganizzabile. La costruzione di una difesa collettiva dei lavoratori nel ramo della logistica o delle consegne dei pasti è una sfida per nulla banale. Dpd, Divoora e Smood, da un anno il sindacato Unia ha aperto più fronti sul terreno dei diritti di questa tipologia di lavoratori. area propone un viaggio nella realtà italiana, dove la lotta per i diritti in questo campo è cominciata con qualche anno d’anticipo. E dove s’iniziano a intravedere dei risultati.

Le moderne forme di lavoro sono strutturate sul dividi e impera di vecchia memoria. Nel caso della Dpd, pur indossando tutti la medesima divisa e guidati dallo stesso algoritmo, si è materialmente suddivisi in un’ottantina di padroncini diversi. Nel caso di Divoora invece, i corrieri sono messi in competizione l’uno contro l’altro dalla retribuzione temporale di 35 centesimi al minuto a consegna. Il resto del tempo messo a disposizione dell’azienda è gratuito. Del cottimo nei fatti. Non avendo un magazzino, una fabbrica o un cantiere, molti di loro manco conoscono il volto del collega. Identica situazione a Smood. La precarietà, la ricattabilità e l’alto turnover sono elementi tipici di questi ambienti. L’atteggiamento apertamente ostile e sfuggente alle responsabilità dei datori di lavoro delle imprese coinvolte, completa il quadro.


Senza essere dei sindacalisti sperimentati, capirete quanto sia difficile costruire una difesa collettiva in queste condizioni. Se già è complessa in forme di lavoro “tradizionali”, figurarsi in queste modalità emergenti sempre più diffuse. “Che fare?” è la domanda che agita i sonni dei sindacalisti onesti che trovano impellente colmare l’assenza di diritti nelle nuove forme di lavoro. Nell’ultimo anno il sindacato Unia ha costruito relazioni con questa tipologia di lavoratori e lavoratrici, costruendo comunità e aprendo conflitti per i diritti su diversi fronti. Ma il percorso è ancora lungo e pieno d’ostacoli. Le vittorie non sono, al momento, all’ordine del giorno.

I collettivi rider di autodifesa
Lo sanno bene in Italia, realtà a noi affine culturalmente, dove le nuove forme di lavoro di servizio si sono rapidamente diffuse, data la maggior massa critica dei potenziali clienti esistente. La sola Lombardia conta due milioni di abitanti in più dell’intera Svizzera. Ed è proprio a Milano che nel 2017 va in scena il primo sciopero territoriale dei ciclo-fattorini, declinati nel termine moderno di rider. A promuoverlo fu il nuovo collettivo Deliverance, un sindacato informale di rider autorganizzati nato sulla scia delle proteste aziendali dei corrieri di Foodora.
A Milano quel 15 luglio di cinque anni fa, allo sciopero aderirono una cinquantina di corrieri. Tra le principali rivendicazioni, l’assunzione diretta con tutte le tutele annesse e una maggiore protezione dal rischio d’infortunio. L’anno dopo fu la milanese Filt Cgil a promuovere uno sciopero dei rider a ridosso di un grave infortunio in cui perse la gamba un fattorino di Just Eat. Calato dall’alto senza includere i rider autorganizzati, quello sciopero si rivelò un flop, con una presenza ancor più scarsa di corrieri.

La crepa nel muro padronale
Facciamo un balzo temporale e arriviamo alla primavera 2021 quando Just Eat annuncia in Italia l’assunzione diretta di 6mila rider. In accordo con le tre sigle sindacali confederali, i rider saranno integrati nel contratto nazionale della logistica. Una svolta epocale, che apre una crepa nel fronte padronale, apertamente ostile a riconoscere i dipendenti come tali. Una crepa importante visto che si parla di un colosso del ramo. A colpi di diverse recenti acquisizioni, Just Eat è diventata la numero uno mondiale delle consegne cibo (Cina esclusa).


Per capire come si sia arrivati a questo risultato, ci spostiamo a Bologna, uno degli epicentri urbani italiani delle lotte dei rider auto-organizzati a difesa dei loro diritti. E dove i rapporti con la grande Cgil sono andati diversamente. «La mia organizzazione – racconta Gaia Stanziani, segretaria bolognese di Nidil Cgil (lavoratori atipici) –non ha mai voluto occupare pubblicamente la scena. Una grande organizzazione sindacale con la sua imponente struttura a volte rigida, deve capire quando sia utile fare un passo indietro. I percorsi di autorganizzazione non sono sempre ostili all’organizzazione sindacale, ma semplicemente si muovono su canali diversi da quelli che hai sempre conosciuto».

 

Oggi a Bologna, Just Eat impiega cinquecento persone, quasi tutte iscritte alla Cgil e i delegati sindacali sono i corrieri del collettivo. Una costruzione che ha funzionato, si direbbe. Va bene partire dal nucleo autorganizzato iniziale, ma resta poi la difficoltà di organizzare collettivamente dei lavoratori precari, estremamente ricattabili e messi in competizione l’uno contro l’altro dall’algoritmo aziendale. «Noi abbiamo agito su un doppio binario – racconta la sindacalista bolognese –. Nelle persone in condizioni di precarietà professionale, si sommano le precarietà sociali, vuoi abitative o di reddito. Abbiamo quindi reso disponibili le strutture di servizio del sindacato per migliorare la qualità della vita dei lavoratori. Dall’altro lato, abbiamo esercitato una forte pressione mediatica cercando alleati nella società bolognese. Con l’amministrazione cittadina è stata firmata la “Carta dei diritti fondamentali dei lavoratori digitali nel contesto urbano”, poi estesa ad altre realtà urbane italiane. Il riconoscimento sociale è importante perché valorizza dei lavoratori solitamente invisibili, ponendo al centro la problematica dei loro diritti. Infine, abbiamo avviato delle cause legali quando dei lavoratori si sono resi disponibili».


In un contesto di estrema competizione tra rider, dove il cottimo a prezzo di condizioni assurde può farti guadagnare di più che da dipendente, come si riesce a convincere i lavoratori della bontà rivendicativa dell’assunzione diretta? «L’entrata in un mondo di tutele che prima non avevi. Ad esempio, avrai le ferie pagate, le indennità quando ti ammali, quando ti infortuni, contributi pensionistici ecc. Se 500 rider, dei mille presenti a Bologna, hanno deciso di lavorare da dipendenti con Just Eat, significa che la reputano la soluzione migliore» spiega Stanziani.

 

I lavoratori di Just Eat sono stati integrati nel contratto nazionale della logistica. È la scelta giusta o si preferirà avere un contratto specifico dei rider? «La posizione della Cgil sui rider è o nel contratto della logistica o in quello del commercio. Si vuole evitare una proliferazione di sotto-contratti con soggetti diversi, poiché alla fine producono disparità di condizioni e di retribuzione tra lavoratori del medesimo ramo».

 

L’assunzione a Just Eat non ha eliminato d’un colpo tutti i problemi. Ma nemmeno il conflitto. Lo scorso 15 gennaio a Bologna la Nidil Cgil ha indetto uno sciopero dei corrieri con una duplice rivendicazione: l’obbligo di assunzione di tutte le piattaforme e condizioni migliori a Just Eat. «I corrieri dell’azienda chiedono una migliore distribuzione dei turni e altre rivendicazioni classiche che oggi si articolano nell’ambito del rapporto di lavoro dipendente» spiega Stanziani.
La strada dei rider per ottenere condizioni di lavoro dignitose è ancora lunga, ma perlomeno ora appare un po’ meno in salita.  

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Giovedì 3 Febbraio 2022

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