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La lotta del latte

di

Veronica Galster
Da alcuni mesi, i produttori di latte europei stanno protestando contro l'abbassamento del prezzo del latte che non copre più i costi di produzione. Nelle ultime settimane, a questa protesta si sono aggiunti anche i produttori di latte svizzeri, che si sono visti abbassare ulteriormente il prezzo dai 75 centesimi al litro dell'anno scorso, agli attuali 55, vale a dire poco più della metà dei costi di produzione.

I prezzi del mercato lattiero sono oramai diventati insostenibili per i produttori di latte, tanto a livello europeo che svizzero. Con l'abolizione del contingentamento, che è andata ad aggiungersi a una situazione di mercato già precaria, in Svizzera si è arrivati ad una situazione di sovrapproduzione. A questa si è sommato un aumento delle importazioni di latticini, che hanno portato via una quota di mercato interno. La conseguenza inevitabile è stata un crollo dei prezzi del latte, al di sotto dei costi di produzione.
Una parte di responsabilità in questa diminuzione dei prezzi è da attribuire alla grossa distribuzione e ai trasformatori, ai quali questa situazione fa comodo. Negli ultimi 15 anni infatti, i prezzi ai produttori sono diminuiti del 28 per cento, mentre per i consumatori sono aumentati del 15 per cento. Il plus valore è stato essenzialmente intascato dalla grande distribuzione che, con Coop e Migros, controlla più del 75 per cento del mercato svizzero.
Questa situazione ha delle ripercussioni importanti sulle aziende agricole che sempre più spesso sono costrette a chiudere (ogni anno in Svizzera si calcola che ne spariscano più di 2 mila). Per questo, dal 14 settembre, anche i contadini svizzeri si sono uniti alla protesta europea (sostenuta dalla federazione europea dei produttori di latte Emb), con l'appoggio dei sindacati agricoli Uniterre e Big-M. Le loro rivendicazioni sono essenzialmente tre: un prezzo del latte che sia remunerativo (1 franco al litro); una miglior coordinazione tra domanda e offerta (data da una maggior trasparenza da parte dei trasformatori e dei distributori); delle istituzioni e dei luoghi di negoziazione che li rispettino.
«Dal 14 settembre ad oggi la protesta è diventata ogni giorno più grande», dice Valentina Hemmeler Maïga, segretaria di Uniterre. Le adesioni allo sciopero del latte aumentano di giorno in giorno, così come la solidarietà da parte della popolazione «Ogni giorno organizziamo qualcosa, da piccole manifestazioni come la vendita del latte nelle piazze a proteste più importanti come davanti agli stabilimenti di Elsa a Estavayer», prosegue Hemmeler Maïga. «Siamo sorpresi per il riscontro positivo della popolazione, che ci sostiene al 95 per cento e capisce benissimo che c'è bisogno di un cambiamento», e conclude «sia la Svizzera interna che la Svizzera romanda stanno lavorando a questa protesta, i contadini sono sempre più determinati. Andremo avanti fino a quando la grande distribuzione, i trasformatori e i politici non saranno pronti a discutere. Per ora non ci hanno ascoltato, forse dovremo aumentare il livello delle nostre proteste per farci sentire».

In Ticino niente sciopero

I produttori di latte della Svizzera italiana, almeno per il momento, non stanno aderendo alle proteste dei loro colleghi d'oltralpe. Perché?

In Ticino, la situazione è un po' diversa rispetto al resto della Svizzera, come spiega Giovanni Berardi, presidente di Agrifutura «Da noi la situazione è un po' particolare. Innanzitutto ci sono ancora diversi produttori che si occupano direttamente della trasformazione del latte in azienda, e non fanno quindi capo ai trasformatori. Inoltre, in estate il prezzo del latte è ancora interessante, perché ce n'è poco: quasi tutte le aziende hanno le mandrie all'alpe (quindi non consegnano il latte) e c'è una maggior richiesta di prodotti freschi (formaggi, formaggini e yogurt – ndr). In inverno invece abbiamo un prezzo che è tra i più bassi in Svizzera, il latte in eccesso lo dobbiamo vendere oltralpe a prezzi stracciati, e con costi di trasporto non indifferenti».
Una mobilitazione in Ticino sembra più difficile che nel resto della Svizzera, e questo nonostante la situazione sia tutt'altro che rosea al Sud delle Alpi «A livello locale abbiamo delle condizioni tra le più difficili in Svizzera – prosegue Berardi – ma non abbiamo i mezzi per influire in modo incisivo sulle cause. Non sono certo i produttori ticinesi ad inondare di latte il mercato svizzero».
Agrifutura ha lanciato delle proposte per cercare di uscire da questa situazione «Abbiamo proposto di creare una linea di latte a prezzo equo, cioè venduto a 1 franco al litro alla Lati, e messo sul mercato. Siamo convinti che ci sarebbe una fascia di consumatori disposta a pagarlo qualcosa in più, sapendo che il produttore ha ricevuto quello che gli spettava. Un'altra proposta è quella di utilizzare il latte in esubero (invece di trasportarlo oltralpe) per produrre un formaggio da stagionare e da vendere poi in primavera e estate», continua Berardi, che conclude: «Se la situazione dovesse perdurare fino a diventare insostenibile dal punto di vista economico, bisognerà trovare delle alternative, convertire le aziende ad altri tipi di produzione. Il settore agricolo è troppo importante per un Cantone come il Ticino, non possiamo permetterci che ci siano altre aziende che falliscano o che smettano la loro attività».

Produttori e consumatori

Per un'azienda con 30 mucche da latte, in una zona di pianura, ricevere 1,10 franchi per ogni litro di latte equivale a un salario di 40 franchi all'ora per il contadino. Questo permetterebbe di coprire i costi di produzione e avere un margine di guadagno per vivere. È chiaro però che in condizioni di lavoro più difficili, come ad esempio in montagna, i costi di produzione sono più elevati.
In Svizzera, ogni abitante consuma in media 78 litri di latte ogni anno. Per il consumatore, un aumento del prezzo al produttore da 0,65 centesimi a 1,10 franchi al litro, equivarrebbe quindi ad una spesa supplementare di circa 35 franchi all'anno.


Pubblicato

Venerdì 25 Settembre 2009

Edizione cartacea

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