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La logica di Matteo Renzi non si chiama democrazia

di

Loris Campetti

Il Belpaese è entrato in una nuova stagione, quella della postdemocrazia. A un presidente della Repubblica, che da tempo si muove come un monarca, si affianca un presidente del Consiglio che, alzando la bandiera del “fare”, si fa beffe di ogni forma di rappresentanza politica e sociale. Va detto che le rappresentanze – partiti e, in larga misura, sindacati – hanno fatto di tutto per approfondire il fossato che li divide da chi non si sente più rappresentato.

 

Così, l'uomo della provvidenza, che oggi si chiama Matteo Renzi, trova un terreno più fertile del suo predecessore Silvio Berlusconi, l’uomo della provvidenza di ieri, che dopo essere inciampato è stato riportato in vita proprio da Renzi. I “riti stanchi” della democrazia, il confronto con le parti sociali, i partiti e il Parlamento sono vissuti come lacci, ostacoli alle “riforme” e vanno superati sterilizzandoli con la politica del fare. L'americanizzazione dell'Italia passa inevitabilmente attraverso il dimezzamento della partecipazione al voto: come in economia, così in politica a decidere è un nucleo ristretto di potenti e decisori, sempre più potenti e decisori. Il meccanismo funziona in era liberista, almeno finché non si rovescia il tavolo.

 

Per ora il tavolo è semplificato da una legge elettorale-truffa fatta per imporre il bipolarismo della rappresentanza politica, in cui il cittadino non può scegliere nulla, le donne non hanno speranze, il conflitto d'interessi non esiste. Questo ha deciso mercoledì la Camera con un voto che ha spaccato – tanto per cambiare – il Pd e ha riportato in auge Berlusconi il cui consenso vale per Renzi più di qualsivoglia discriminante etica. Diciamo che le discriminanti (antifascista, antimafiosa, anticorruzione) non esistono più.


È in questo contesto che Renzi sta rivoluzionando il mercato del lavoro e il sistema fiscale. Mentre scriviamo è in corso il Consiglio dei ministri che varerà il jobs act. Le indiscrezioni dell'ultima ora parlano di una riduzione del cuneo fiscale, alleggerendo di un centinaio di euro al mese il prelievo sulla busta paga dei lavoratori dipendenti con un redditto annuo inferiore ai 25 mila euro. In ogni caso, il lavoro dovrebbe essere detassato più delle imprese con l'obiettivo di rilanciare i consumi interni. Difficile non essere d'accordo. E in aggiunta, Renzi sembra muoversi con una minore subalternità alle regole dell'Ue e dei santuari della finanza, tagliando i tempi e mantenendo una certa ambiguità su dove troverà i 10 miliardi necessari all'operazione, o i 60 che servono per saldare i debiti dello Stato nei confronti dei privati, rappresentati da decine di migliaia di aziende a rischio chiusura. Dunque, è la logica che rischia di premiare l'uomo della provvidenza, che volete che contino la democrazia morente, il voto dei cittadini, il modo con cui Renzi è salito al governo con un complotto di palazzo e non grazie ai risultati delle urne?


Altre voci nell'agenda di Renzi sono l'estensione del sostegno disoccupazione anche al mondo del precariato e la semplificazione della giungla contrattuale (sono 46 le forme contrattuali ereditate dall’era berlusconiana), mentre non si parla né del reddito di cittadinanza, né di una legge sulla rappresentanza sindacale e non è chiaro come cambierà il sistema degli ammortizzatori sociali. Si parla anche di riduzione dei diritti per i nuovi assunti. La segretaria della Cgil Susanna Camusso fa la voce grossa fino a ipotizzare mobilitazioni. Il segretario della Fiom Maurizio Landini è pragmatico: non ci piace il modo come hai preso il potere, non ci piace la tua idea di democrazia, ma stiamo ai contenuti e sulla base della tua politica economica e sociale faremo le nostre scelte.

 

Pubblicato

Mercoledì 12 Marzo 2014

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