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L'editoriale

La lobby dell'amianto nel cuore dell'Europa

di

Claudio Carrer

“Frequentavo le scuole elementari in una cittadina delle Fiandre. Un giorno la nostra insegnate ci portò a visitare una fabbrica. All’entrata dello stabilimento una compagna di classe mi raccomandò di respirare piano e di restare il meno possibile in quel posto perché poteva essere pericoloso. Solo molti anni dopo capii che il pericolo era costituito dall’amianto e che quella bambina, pur nella sua ingenuità, era ben informata essendo una delle nipoti della famiglia di industriali belgi Emsens, che all’epoca insieme con gli svizzeri Schmidheiny, deteneva il marchio Eternit”. La tragica e toccante testimonianza, che area ha raccolto un paio di anni fa, si riferisce a un episodio risalente al 1948.


Un dato indicativo della spregiudicatezza degli industriali che, pur consapevoli della pericolosità per la salute dell’uomo, hanno continuato a usare l’amianto per decenni ricorrendo a tutti i mezzi possibili per nascondere le evidenze scientifiche o far credere che fosse possibile lavorarlo “in sicurezza”. Oggi l’Europa fa la conta dei danni: 15.000 morti all’anno per malattie asbesto-correlate, un terzo della popolazione ancora esposta all’amianto, che resta la causa della metà dei decessi per tumori professionali, come indica l’Organizzazione mondiale della sanità.


Ma, contrariamente a quanto comunemente si ritiene, ancora oggi l’Europa continua a essere confrontata con una potentissima lobby industriale dell’amianto (tuttora utilizzato, prodotto ed esportato in ben 15 Stati su 53). Una lobby sostenuta soprattutto dalla Russia (il maggior esportatore al mondo, producendo da sola il 50 per cento del mercato globale), che insieme con altri paesi continua a tenere in ostaggio le Nazioni Unite. È infatti a causa dei veti di Mosca, di Kirghizistan, Kazakistan e Zimbabwe che la conferenza della Convenzione di Rotterdam (agenzia dell’Onu), riunita lo scorso 14 maggio a Ginevra, si è rifiutata per l’ennesima volta di iscrivere l’amianto crisotilo (il 95% di quello commercializzato) nella lista delle sostanze pericolose per la salute e l’ambiente.
E dire che ciò non comporterebbe una messa al bando, ma un semplice obbligo per i paesi esportatori di garantire un commercio responsabile fornendo informazioni preventive sui rischi della sostanza messa in circolazione. Troppo per le lobbies industriali che vogliono continuare a fare liberamente affari con l’amianto (soprattutto nei paesi in via di sviluppo dove oltretutto non esiste alcuna forma di protezione della salute dei lavoratori) e a raccontare le stesse menzogne già riconosciute come tali settant’anni fa da una bambina belga.

Pubblicato

Mercoledì 20 Maggio 2015

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