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Dumping

La lista nera esplosiva

di

Francesco Bonsaver

«Il dumping salariale e sociale cresce nell’ombra, si nutre e s’irrobustisce grazie all’omertà, al silenzio al quale sono costretti i lavoratori se non vogliono perdere il loro posto di lavoro. Il nostro sito www.denunciamoli.ch vuole essere uno strumento – certo non il solo – per rompere questo sistema attraverso la denuncia ma anche l’informazione, la riflessione».

 

Il testo, tratto dalla pagina iniziale del sito Denunciamoli.ch, riassume lo scopo della lista nera in internet allestita dal sindacato Unia in Ticino. All’interno, una decina di casi documentati di dumping salariale e sociale di aziende del territorio. Per incominciare, perché altri casi sono già in elaborazione, assicurano i responsabili. L’auspicio è che aumentino le segnalazioni dei diretti interessati, i lavoratori, rompendo quel muro di omertà di cui si parlava all’inizio.

 

Per ora, quel che è certo è l’interesse suscitato dalla lista nell’opinione pubblica. Il quotidiano laRegione ha titolato in prima pagina lo scorso sabato: «La lista nera fa boom». A giusta ragione. Il giorno della sua inaugurazione, venerdì 27 giugno, il sito è stato letteralmente preso d’assalto. Per accedere alla lista delle aziende che praticano il dumping salariale e sociale, è necessaria la preiscrizione. Nel solo primo giorno, più di cinquecento persone si sono iscritte. Un numero cresciuto di un paio di centinaia nei giorni successivi.


L’interesse suscitato è dunque enorme. Comprensibilmente, perché come riassunto sul sito, la realtà di oggi del mercato del lavoro cantonale è drammatica, definita «da guerra sociale». E per arginarla, si legge nel sito,  «è necessario dotarsi di nuovi strumenti di lotta e d’informazione, rompendo con le pratiche del passato. In particolare, diventa imperativo portare nella società, senza inibizioni di sorta, la realtà della violenza che oggi registriamo sui posti di lavoro» consentendo «all’insieme della popolazione di rendersi conto di quanto siano diffusi gli abusi».


Ma vi è anche un’altra particolarità della lista nera; fare i nomi dei responsabili del disastrato mondo del lavoro odierno. «Il dumping non costituisce un fenomeno “naturale”, senza responsabili, né colpevoli. Il dumping è una politica imprenditoriale, praticata da persone in carne e ossa o da società riconducibili a prestanome. È raro che i responsabili di queste forme particolarmente odiose di sfruttamento siano smascherati agli occhi dell’opinione pubblica. Il nostro sito vuole intervenire anche su questo fronte: mostrare che ci sono dei responsabili individuabili con nome e cognome».


La lista nera ha pure un progetto ambizioso, persino pedagogico, si potrebbe definire. «Mostrare la vera dimensione del “problema dei frontalieri”, ossia che il vero problema è rappresentato dai padroni ticinesi che per aumentare i loro profitti “offrono” posti di lavoro a 1.000, 1.500, 2.000 franchi, salari che possono essere “accettati” solo da lavoratori italiani, confrontati, e quindi ancora più ricattabili, con una crisi economica che sembra ormai endemica. E allora, forse, riusciremo a far capire ai lavoratori domiciliati che il “nemico” non sono i colleghi frontalieri, ma quei padroni che, mettendoli in concorrenza, licenziano i primi e impongono salari indegni ai secondi».


Come detto, nella lista attualmente compaiono una decina di imprese. Un numero esiguo, è stato commentato. Le ragioni le spiega Matteo Poretti, del sindacato Unia, che ha curato i dossier contenuti nella lista nera: «Le nostre denunce si basano su un principio elementare quanto vincolante: ciò che pubblichiamo deve essere sempre suffragato da prove oggettive, la cui autenticità è approfonditamente verificata. Piuttosto di immettere nella black-list informazioni che sappiamo autentiche ma che non possiamo dimostrare con prove alla mano, preferiamo rinunciare alla segnalazione di un caso. Una delle ragioni è piuttosto evidente: i padroni e le loro associazioni temono fortemente delle denunce circostanziate, basate su nomi e cognomi, con riscontri oggettivi inattaccabili. Quindi, ci aspetteranno al varco, pronti a colpire (legalmente) e a delegittimare il nostro progetto. A noi, dunque, il compito di evitare che tutto ciò accada. È ovvio che la ricerca della veridicità e dell’attendibilità delle nostre denunce presuppone un lavoro accurato e piuttosto dispendioso di ricostruzione e di verifica dei dati in nostro possesso. Questo approccio richiede tempo ed energie, ecco perché abbiamo preferito incominciare con “solo” una decina di casi doverosamente scandagliati».


Ma, assicura Poretti, ciò non vuol dire che ci si fermerà qui. L’auspicio, anzi l’invito, è che i salariati partecipino direttamente alla denuncia. «Lo possono fare in due modi – spiega Poretti –. Presentandosi ai segretariati di Unia nel territorio, oppure via internet attraverso il sito». Segnalazioni che già sono arrivate tramite internet, giudicate interessanti dal sindacalista.  Altro aspetto interessante, oltre all’alto di iscrizioni, sottolinea Poretti, sono i molti complimenti giunti sulla posta del sito. «Neanche un commento negativo, come invece di norma capita» conclude il sindacalista.


Non sono mancate neanche le reazioni pubbliche. Stefano Rizzi, direttore di dell’economia cantonale, ha definito l’iniziativa di Unia: «coraggiosa», specificando che in uno dei  casi denunciati l’autorità aveva già sanzionato, su altri aveva già aperto dei dossier, mentre su altri tre avrebbero verificato.
«Aria fritta e sensazionalismo» ha  invece commentato infastidito Stefano Modenini, direttore dell’Associazione industrie del Ticino (Aiti). Anche l’aria fritta può risultare indigesta, come qualcuno ha scritto su un blog.

Pubblicato

Giovedì 3 Luglio 2014

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