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La lingua che usiamo

di

Giuseppe Dunghi
Come è possibile considerare pericoloso per la pace mondiale uno Stato che non possiede armi nucleari? Semplice: si dice che potrebbe possederle, che le starebbe costruendo, che le avrà fra non molto e bisogna impedirglielo, il condizionale si trasforma in indicativo e poi in imperativo. Lo Stato che più spinge per l'intervento è l'unico nella zona a possedere l'arma nucleare, il lupo accusa l'agnello. L'aggressione contro l'Afghanistan viene condotta da un esercito che si fa chiamare Forza internazionale di assistenza alla sicurezza, dunque quei soldati sono eroi della pace, un'espressione che piace a Napolitano, e gli afghani che non accettano l'invasione sono terroristi da uccidere senza processo, come fa Obama.
   La guerra si fa principalmente con il linguaggio, i bombardamenti vengono dopo. Questo accade anche nella guerra che si sta conducendo in tutta Europa contro i lavoratori e che va sotto il nome di "crisi". "Il baratro della crisi" non è altro che la libertà dei detentori di capitali di togliere questi ultimi dalla produzione per investirli nel casinò della finanza, dove notoriamente rendono di più. Ma siccome i soldi depositati in banca o giocati in borsa non si accoppiano fra di loro per generare dei piccoli, è evidente che i guadagni ottenuti con le speculazioni finanziarie sono furti di parti della ricchezza prodotta con il lavoro in qualche altra parte del mondo, per esempio attraverso i bassi salari in Cina. È il lavoro che genera il capitale, non viceversa.
   I "datori di lavoro" – un eufemismo inventato per evitare di usare la parola che indica il loro vero ruolo, i padroni, – sono in realtà gli utilizzatori del lavoro. I datori di lavoro sono i lavoratori, ma a questi ultimi è negata la libertà di togliere il loro contributo alla produzione attraverso lo sciopero. Le astensioni dal lavoro che si fanno in Svizzera sono delle messe in scena folcloristiche quando non delle prese in giro, ma anche in Italia la Camusso non scherza quanto a rinviare continuamente lo sciopero generale. Perché quella "pace del lavoro" che i sindacati continuano a firmare di contratto in contratto da più di cinquant'anni è in realtà una guerra al lavoro.
   La rendita, cioè i soldi guadagnati senza lavorare, è l'opposto del salario, i soldi guadagnati lavorando. Ma con una maldestra traduzione dal francese e dal tedesco le pensioni percepite dai lavoratori, che sono salario differito, vengono chiamate "rendite", generando non poca confusione nelle discussioni sulle assicurazioni sociali. Anche l'espressione "assicurazioni sociali" poi è truffaldina, perché trasforma il diritto di continuare a vivere nonostante la malattia, l'invalidità e la vecchiaia – diritto faticosamente conquistato nel corso del Novecento – in una voce di bilancio di enti assicurativi che si comportano ormai come imprese private.
   L'espressione "working poors", quelle persone che pur lavorando vivono al di sotto della soglia di povertà, non dovrebbe essere sostituita da una più precisa, "lavoratori con un salario troppo basso"? La "lotta contro le alte remunerazioni dei manager" non dovrebbe lasciare il posto alla lotta contro i bassi salari? E quella trappola consistente nell'attribuire dignità sociologica al termine "classe media" (quelli che vivono un po' di salario e un po' di rendita: dovremmo tutti darci da fare per inserire in zona edificabile il ronco del nonno) non potrebbe essere evitata tornando alla vecchia distinzione tra sfruttati e sfruttatori? La lingua che usiamo è quella di chi è già sconfitto prima di combattere.

Pubblicato

Venerdì 23 Novembre 2012

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