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La libertà è partecipazione

di

Tommaso Pedicini
L’ultimo attacco ai diritti dei lavoratori tedeschi è già in atto. Dopo l’innalzamento dell’età pensionabile, la riduzione della tutela contro i licenziamenti, lo strisciante aumento degli straordinari non retribuiti e l’introduzione dei nuovi contratti capestro con cui le aziende ricattano i dipendenti, obbligandoli a lavorare più ore a parità di salario in cambio del mantenimento del posto di lavoro, ora ad essere presa di mira è la conquista forse più simbolica: la cogestione aziendale. Nata nel 1976, sull’onda delle rivendicazioni sindacali appoggiate dai governi socialdemocratici di Willy Brandt ed Helmut Schmidt, la partecipazione dei lavoratori alla direzione delle aziende è diventata il fiore all’occhiello del modello renano. Negli “Aufsichtsraete” (consigli di sorveglianza) delle grandi aziende tedesche, organismi cui spetta il compito di valutare ed approvare in via definitiva le strategie messe in atto dai manager, da un terzo alla metà dei membri è costituito da rappresentanti dei lavoratori. Ai proprietari la legge che ha istituito i consigli di sorveglianza e dato il via alla cogestione, chiaramente, non è mai andata giù. Già a tre anni dalla sua entrata in vigore, nel 1979, le associazioni degli industriali provarono ad abolirla cercando di dimostrarne l’incostituzionalità, ma fallirono. Abbandonate le vie legali, da allora, e tanto più in tempi di recessione, la Confindustria tedesca ed i suoi rappresentanti nel mondo politico (i liberali dell’Fdp e l’ala più liberista della Cdu) non hanno perso occasione per individuare nella cogestione la madre di tutti i problemi dell’economia federale. L’attacco più recente e più violento alla presenza dei lavoratori negli “Aufsichtsraete” è giunto dal presidente dell’Unione industriali, Michael Rogowski che ha definito la legge «un errore storico». Secondo Rogowski la cogestione aziendale sarebbe una «palla al piede» per la ripresa tedesca, a suo avviso i grandi investitori internazionali eviterebbero sempre più la Germania non solo per l’«eccessivo» costo del lavoro, ma anche per la «perdita di tempo» di dover far approvare le proprie strategie da lavoratori e sindacalisti che «non capiscono nulla di management». L’anatema di Rogowski, per quanto isterico e rozzo, sottolinea in realtà un passaggio storico importante e anticipa una nuova massiccia offensiva contro la cogestione. Bruxelles, infatti, preme da tempo per armonizzare il diritto societario all’interno dell’Unione europea. In questo contesto c’è da stabilire quale modello aziendale dovranno seguire in futuro le imprese degli altri paesi europei operanti in Germania e quelle tedesche con diramazioni all’estero. Visto che solo in Austria, in Lussemburgo ed in Polonia esiste un modello paragonabile, anche se solo in parte, alla cogestione tedesca, è chiaro che chi vuole ridimensionare il peso dei lavoratori nei vertici aziendali sa di avere un’occasione storica a portata di mano. Il fronte imprenditoriale non sembra, però, compatto sulle posizioni di Rogowski. In molti, dal top manager della Daimler Chrysler, Juergen Schrempp, all’amministratore delegato della Porsche, Wendelin Wiedeking, si sono dimostrati scettici rispetto alla proposte di rinunciare alla cogestione. Secondo Schrempp gli “Aufsichtsraete” non hanno mai ostacolato lo sviluppo delle aziende o allontanato potenziali investitori, ma, al contrario, hanno contribuito a mantenere la pace sociale nella Repubblica federale. In realtà la cogestione è sì un elemento di democrazia all’interno delle aziende, ma è ben lontano dall’essere lo spauracchio “sovietico” di cui parla la maggioranza degli industriali. Anche quando la metà dei posti di un consiglio di sorveglianza è assegnato ai rappresentanti dei lavoratori, infatti, la proprietà la spunta sempre sulla controparte, visto che il voto del presidente dell’”Aufsichtsrat” vale doppio e la sua nomina è ad appannaggio degli azionisti. Le recenti crisi della Opel e dei grandi magazzini Karstadt-Quelle, crisi dovute a scelte manageriali scellerate, fanno, semmai, propendere per un’estensione della democrazia all’interno delle imprese. Inoltre, scandali come quello della Enron o della Parmalat si sarebbero difficilmente verificati se anche i lavoratori e i piccoli azionisti avessero potuto vedere per tempo le carte dei supermanager. La battaglia sul futuro della cogestione aziendale è appena iniziata, ma intanto persino un amico dei potentati economico-finanziari come Gerhard Schroeder ha fatto sapere che non sarebbe saggio rinunciare ad un “modello consolidato che ha fatto progredire il paese.” ...Finalmente “qualcosa di sinistra”, cancelliere. Come funziona la "cogestione" La legge tedesca prevede che i lavoratori partecipino a più livelli alla gestione delle aziende. In primo luogo la cogestione si attua attraverso i “Betriebsraete”, i consigli aziendali, che trattano con la direzione delle imprese i temi più svariati: dai licenziamenti, agli straordinari, ai premi produzione. Ogni impresa con almeno cinque dipendenti ha diritto ad un rappresentante eletto tra i lavoratori e, più grande è l’azienda, maggiore è il numero dei membri del “Betriebsrat”. Il fatto che la legge preveda il diritto dei lavoratori ad eleggere le proprie rappresentanze, in realtà non significa che queste vengano sempre istituite. Molte aziende, anche grandi, come Aldi, Lidl o Schlecker, tanto per citare gli esempi più noti, pur non impedendo ufficialmente la creazione di “Betriebsraete” nelle proprie filiali – sarebbe un atto illegale –, nella realtà dei fatti fanno terra bruciata attorno ai dipendenti che si organizzano per darsi una rappresentanza. Le cronache recenti riportano casi di mobbing e licenziamenti di lavoratori di queste tre grandi catene che avevano provato ad organizzarsi. L’altro livello di cogestione è quello che si attua negli “Aufsichtsraete”, i consigli di sorveglianza: si tratta di organismi che controllano l’operato della direzione aziendale e ne condizionano le strategie. Ad istituirli fu il governo socialdemocratico di Helmut Schmidt nel 1976 per estendere la compartecipazione dei lavoratori alle decisioni delle imprese. Nelle Spa o nelle Srl con almeno 500, ma non più di 2 mila dipendenti, un terzo dei posti nei consigli di sorveglianza è destinato ai rappresentanti dei dipendenti. Se però l’impresa ha più di 2 mila lavoratori, ad essi spetta la metà dei membri dell’ “Aufsichtsrat”. In questo caso, però, il voto del presidente del consiglio di sorveglianza, la cui nomina è di spettanza degli azionisti, vale doppio. Per quanto avanzato sia il sistema di partecipazione dei lavoratori alla gestione delle grandi aziende tedesche l’ultima parola però, come abbiamo visto, spetta sempre alla proprietà.

Pubblicato

Venerdì 26 Novembre 2004

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