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La libertà di scegliere

di

Françoise Gehring Amato
Nel quadro del dibattito sull’interruzione della gravidanza, c’è un aspetto che mi dà molto fastidio negli avversari alla «soluzione dei termini»: quello di opporre alla cultura della vita la cultura della morte. Come se una donna che decide di rinunciare alla maternità trasformi questa sua decisione in uno strumento di morte. Sono argomentazioni, oltre che semplicistiche, fuorvianti ed ingiuriose per le donne, assolutamente false. Poiché nessuna donna, e ne sono convinta, sceglie a cuore leggero di abortire. La reale posta in gioco della votazione del 2 giugno è da un lato la decriminalizzazione dell’aborto e, d’altro lato, il riconoscimento della libertà di scelta della donna. La decisione di mettere fine ad una gravidanza indesiderata è, nella vita di una donna, una questione esistenziale che non viene mai affrontata con superficialità. Al contrario la donna si confronta, in tutta responsabilità e autonomamente, con la propria coscienza. Un diritto, questo, assolutamente inalienabile. La «soluzione dei termini» offre inoltre una base legale indispensabile alla pratica liberale attualmente in vigore in quasi tutta la Svizzera permettendo, quindi, di fare finalmente chiarezza su una situazione giuridica che differisce da cantone a cantone. C’è un altro aspetto importante, che occorre ribadire con forza, in favore del sì alla decriminalizzazione dell’aborto: l’esperienza in altri paesi ha infatti mostrato che la soluzione dei termini non ha nessuna incidenza sugli aumenti delle interruzioni di gravidanza; è soltanto attraverso la prevenzione che si può intervenire sul numero di aborti volontari. Va respinta, invece, senza indugi l’altra proposta in votazione il 2 giugno, ossia l’iniziativa «per madre e bambino» che propone di vietare totalmente l’aborto. Figlia degli ambienti integralisti, questa iniziativa porterebbe la Svizzera indietro di cent’anni e cancellerebbe con un colpo di spugna la storia di emancipazione della donna e le lotte per il controllo del proprio corpo e della propria fertilità. Sostenuta con mezzi finanziari imponenti, veicolata con strumenti pubblicitari offensivi (degni del più bieco terrorismo psicologico), questa iniziativa merita una sola risposta: no.

Pubblicato

Venerdì 31 Maggio 2002

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