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Italia

La legge dei potenti che uccide il lavoro

Acquisizioni, chiusure di stabilimenti, fughe e 400mila posti a rischio: un viaggio nel cimitero industriale italiano

di

Loris Campetti

La forza ce l’hanno loro, le multinazionali, con la legge della globalizzazione e la politica liberista dalla loro. Tanto più uno Stato è debole, tanto più riescono a imporre le regole. E lo Stato italiano – a differenza di Francia, Germania e Usa che in operazione di vendite, joint venture, fusioni fanno muro in difesa dei propri lavoratori, forti spesso della partecipazione pubblica al capitale – è debole da sempre. In Fiat arrivano i francesi, in Alitalia fanno cucù i tedeschi della Lufthansa che pretendono 5.000 licenziamenti per entrare nel capitale, contro i 2.500-2.800 avanzati sia da Atlanta che da Delta; dalla Whirlpool fuggono gli americani, come hanno già fatto dall’Alcoa in Sardegna.

 

Ogni operazione shock viene appresa dai sindacati e dai lavoratori dai giornali; i licenziamenti, 1.800, vengono comunicati con messaggini WhatsApp come a Mercatone uno, società di diritto maltese e proprietà italo-svizzera colpevole di bancarotta fraudolenta.

Sono almeno 400mila i posti di lavoro che rischiano di saltare, da Termini Imerese (ex Fiat, erano 1.500 più 800 nell’indotto, passati in mano cinese e poi allo sbando) a Figline Valdarno (ex Pirelli, poi in mano alla multinazionale belga Bekaert che ha messo in strada 210 dipendenti che ora tentano di costituirsi in cooperativa e riscattare la fabbrica).

Il rischio di perdere l’acciaio
All’Ilva, passata in mano indiana dopo i disastri Riva e i commissariamenti, sono 11.000 i lavoratori a rischio che diventano 15mila almeno con l’indotto. Lunedì il gigante mondiale dell’acciaio, ArcelorMittal, ha annunciato urbi et orbi la decisione di abbandonare Taranto e Genova con la motivazione che il governo ha modificato i termini della vendita cancellando l’impunità (si chiama scudo penale) garantita agli acquirenti alla stipula del contratto. L’Italia ha già perso l’alluminio con la chiusura dell’Alcoa, ora a ballare è l’acciaio, una delle poche voci attive della nostra bilancia commerciale.

 

Forse gli indiani alzano la posta per ridurre il loro impegno in Italia in un momento di crisi del mercato e avviare una nuova trattativa da un punto di forza, forse valutano troppo oneroso il risanamento produttivo e ambientale in un territorio devastato dai tumori provocati da diossine e polveri sottili. L’Italia non può permettersi la chiusura di Taranto (l’1,4% del Pil), né l’ennesimo rinvio dell’ambientalizzazione dell’acciaieria più grande d’Europa. L’ex Ilva è diventata l’ennesima occasione di scontro all’interno del governo giallorosa.

Una buona notizia
In questo cimitero industriale una buona notizia: grazie alle lotte, i 430 dipendenti napoletani hanno costretto la multinazionale Usa del bianco, Whirlpool, a ritirare i licenziamenti (1.000 famiglie, indotto compreso, sulla griglia) e a rinviare la chiusura a marzo qualora non emerga una soluzione alternativa. Il rischio di vedere comunque la produzione di lavatrici trasferita in Turchia solo un po’ in là nel tempo rimane, ma uno spiraglio i napoletani sono riusciti ad aprirlo.

Fca e Peugeot, nuovi timori
È soprattutto l’accordo del secolo nell’auto a far discutere: la fusione tra Fca (Fiat Chrysler automobiles) e la francese Peugeot che ha già messo le mani sulla tedesca Opel e la cinese Dongfeng. 400mila dipendenti coinvolti in Europa, Asia, Africa e America Latina, 9 milioni di auto che farebbero del nuovo gruppo il quarto al mondo. La nuova sfida delle 4 ruote si chiama sostenibilità ambientale e la riconversione prevede investimenti astronomici su ricerca e innovazione, non c’è spazio per le medie aziende, non più di 4 o 5 gruppi sopravviveranno. L’automobile conosciuta per un secolo e mezzo è ferraglia, quel che conta è il valore aggiunto incorporato nella plancia e nelle batterie che alimentano i nuovi propulsori. Fallita l’ipotesi di accordo con Renault per le resistenze dello Stato francese e dei soci orientali, Fca ha riattivato il contatto con l’altro gruppo francese che ha coinvolto i due padri-padroni, la famiglia Agnelli e quella Peugeot.

 

Tra i due gruppi la collaborazione sulla produzione di furgoni va avanti da decenni, con stabilimenti in Abruzzo e a Valenciennes. Sinergie sono possibili, grazie alla forte presenza dei francesi in Europa e Africa e degli italiani (si fa per dire, cervello e gran parte della produzione di Fca sono volati negli Usa) in Nord e Sudamerica. I modelli sono solo in parte sovrapponibili con un rischio limitato ma esistente di autocannibalismo con effetti pericolosi sull’occupazione. La nuova società prevede un Cda a 11: 5 Fca, 5 Peugeot più un super amministratore delegato, l’attuale Ad Peugeot, Carlos Tavares che terzo non è e avrebbe in mano le scelte operative, relegando John Elkann nel ruolo di presidente. Primo azionista Exor (Fca) con il 14,2%; poi Peugeot, Stato francese e Dongfeng con il 5,9% ciascuno.

 

Sono pronti miliardi di dividendi e azioni per i soci. Naturalmente la nuova società alzerà bandiera olandese. In un comunicato congiunto, Cgt e Fiom guardano criticamente all’accordo e chiedono garanzie sull’occupazione. La Germania (Opel) e la Francia dicono con chiarezza che l’occupazione nel loro Paese non è in discussione. Il governo italiano a caldo ha detto che sono faccende che riguardano i capitalisti, salvo essere costretto a rimodulare le dichiarazioni.

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Giovedì 7 Novembre 2019

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